Passa ai contenuti principali

Post

Gli irregolari

Parlavamo dell'utilità dei libri, poco fa, a tavola. Una cosa che è venuta con sè, mentre aspettavamo il dolce, e qualcuno l'ha negata, non io, che coi libri ci convivo come un amante ostinato. Ho provato a dire che leggerli fa la differenza, che se incontri una persona che legge te ne accorgi, generalmente ha idee plurali, punti di vista poco granitici, curiosità per cose che vanno lontano, per le parole e la loro scorza, per le parole e la loro sostanza, e l'albero genealogico che le ha camminate fino a noi. Non ho convinto nessuno dei detrattori e non era mia intenzione: compito degli umanisti non è convincere, al massimo discorrere. Che è una cosa che mi piace assai, al pari della pizza napoletana e del gelato al torroncino. Così come credo che aver confidenza con le storie ben raccontate migliori la nostra vita e accorci le distanze dal prossimo, allo stesso modo sono certo che essermi invaghito di certe traiettorie di pensiero, di certe frasi-libellula, di certe af...

Il viaggio è cominciato

C'erano e ci sono, attorno al tavolo, in platea, coi gomiti sulle balaustre, certi convitati sornioni che non vedi, eppure senza di loro niente si può. Io non potrei partire, sbagliare strada, chiedere ai passanti, stare in ansia perché faccio tardi, impazzire per un parcheggio, se quelli non fossero là ad aspettarmi. Hanno nomi mica da ridere: Proust, Tolstoj, Hemingway, Scott Fitzgerald, Flaubert, Calvino, Buzzati. Hanno battesimi impegnativi, che appena li evochi - innocua seduta spiritica - allargano sorrisi sulla facce, o sbalordìo, e talora producono curiosità di lettura, tanto che finisce sempre, qualcuno dei corsisti, per chiedere al libraio che ci ospita: Ce l'hai? La Scrittura della Memoria è in moto, il viaggio è cominciato. Una volta da ragazzo invidiavo i cantanti, che facevano tour pazzeschi, non tanto per il fatto di riempire gli stadi, quanto perché stavano ogni giorno in un posto diverso, e conoscevano gente nuova, e andavano a cena con la band alle due di ...

L'ultima poesia

Due anni fa ho smesso volontariamente di insegnare. Da un giorno all'altro: sono andato dal capo d'istituto e le ho detto Per me la faccenda finisce qui . Un gesto d'istinto, che alcuni elessero incauto. Rita per esempio non faceva che ripetermi E adesso? In tutto questo tempo ci ho ripensato, talora, a quella frattura. Il tempo stesso, la distanza che ogni giorno si ingrandiva, mi ha permesso di vedere più nitide le cose, come se gli occhi si acuissero a guardare l'orizzonte infinitarsi. E a parte Montale, io credo di avere oggi, finalmente, la risposta a quel mio reato non punibile, e non penso che la cambierò negli anni a venire, come uno che a poker ha in mano carte vincenti. Insomma, pensavo di aver mollato la scuola per il sospetto di non aver più nulla da darle, dopo sedici anni. E questa cosa aveva però suscitato un paradosso mica male: com'era possibile che mi fossi inaridito nel momento in cui invece trovavo le energie per cambiare vita, comporre un al...

Federico Fociani

Una domenica come oggi, ma di un millennio fa, novembre assolato, tabaccheria chiusa, Gastone raffreddato, e Pietro che si divincola dalla severità e mi porta a fare un giro per Narni - io che lo imploravo di accontentarmi da quando, a due anni, già insonne, a notte alta recitavo Papà, 'ppello e 'potto, 'ppello e 'potto. Sì? Forse ha cominciato in quelle notti complicate a considerare la paternità un'idea non così geniale ma ormai ero lì, non poteva rimandarmi indietro. Così quella mattina larga di novembre, fredda il giusto, già allegra del Natale che sarebbe arrivato - per la mia consueta immortalità a tempo - afferrò davvero cappello e cappotto e mi portò fuori. Girammo poco, si fermò in edicola e mi comprò l'Almanacco Topolino. Tornammo indietro, leggeri. Al Belvedere - chi conosce Narni sa di che parlo, chi non la conosce progetti un viaggio - ecco che ci vengono incontro Fulgenzio e Federico, un altro padre e un altro figlio da soli; ci parve come di ca...

La mia amante ostinata

Tutte le volte che ho la tentazione di salire lassù, scopro che quella tentazione è paradossale, perché non solo è innocente ma al contrario delle altre tentazioni, alleggerisce, anziché appesantire. Il problema è convincere lei ad accompagnarmi - la mia amante, dico - perché sa che cammin facendo mi libererò della sua presenza uno strato alla volta, come vestirsi a cipolla, sentir caldo, e buttare dal finestrino maglie e calzoni pesanti. Non le piace farsi lasciare a terra - come darle torto? - ma è una specie di rito che ha senso solo se lei mi asseconda. È vero:  con quegli alberi e il convento, la messa prefestiva delle 18, il tau per cui lasciare un'offerta e il panorama silenzioso, lei non ha nulla a che fare: è un ingombro, un peso; è fatua, meschina. Protesta, sbraita, mi ama - giura - e non mi lascerà mai, ma già al primo tornante, tra Sant'Urbano e Altrocanto, impallidisce, è spaventata, uggiola, sa dove stiamo andando e si pente d'avermi detto sì, ma solo non...

Strudel

Il tempo dei ricordi narrati è l'imperfetto, magnifico espediente che fa riaccadere adesso le cose di mille anni fa, te le proietta davanti come un film che ogni volta ricomincia, e sorprende, perfino: con i particolari cambiati, le inquadrature inedite, e nuove scene che tornano, e che per un po' avevi dimenticato. Tutta la mia scrittura è allo stesso modo imperfetta, perché coglie un bagliore e mai la luce piena, dieci parole dentro alla conversazione di un giorno intero, un gesto scocciato di Gino in mezzo a una stanza adesso chiusa, ferma, vuota. Si sposano alla perfezione, l'imperfetto e la mia imperfezione - si completano, paradossalmente. Quando io racconto fatemi allora il favore di percepire i dettagli omessi, le voci sovrapposte, il sapore delle pietanze, il prima e il dopo di quel che accade nella mia povera prosa, e il durante - i fotogrammi tagliati. Solo così potrete avere un quadro abbastanza illuminato. Questo fa chi scrive - santo cielo: accende cand...

'a scema

Col cauto ottimismo che mi piglia una volta l'anno, ma solo nei bisestili, ignoro un parcheggio relativamente comodo nei pressi di un supermarket perché conto di trovarne uno ancora più agevole a due metri dall'ingresso. Mi va di lusso e faccio manovra, mi infilo, e colmo di felicità come un mistero gaudioso, tiro fuori dal portabagagli le mie shoppers con le frasi di Mirka, di cui vado onestamente piuttosto fiero - delle frasi, dico, e pure di quella mia seconda figlia scapestrata - e mi avvio. Non mi va di prendere il carrello - che tutti lascerebbero dove capita se non ci fosse la moneta da recuperare, e dato che continuano a farli a quel modo vuol dire che la civiltà è ancora una parola senza corpo. Le porte scorrevoli si aprono un istante prima che tu ci sbatta la testa, è un fatto di coordinazione, devi rallentare il passo quando sei a mezzo metro, esitare, e aspettare che la fotocellula trasmetta il comando alla ghigliottina orizzontale. Una questione di tempi. Stavolta...