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Visualizzazione dei post da aprile, 2026

La festa

A un certo punto non respiravo più e così uscii alla notte. Ero in debito di ossigeno, la festa s'infittiva di persone moleste e convenevoli, tutte cose che non fanno per me. Che ci facevo lì, in una villa da ricchi su un promontorio di Puglia a picco sul mare? Mi aveva invitato una tipa, tre ore prima, a una presentazione, m'ero lasciato convincere dopo che aveva fatto duemila complimenti al mio libro senza averlo neanche letto. Provavo un senso di riconoscenza, si vede. Solo che a un certo punto ne ebbi abbastanza, scoppiavo. Il fumo passivo, i discorsi vuoti, l'emicrania. Trovai una porta che dava sulla libertà, la varcai. Le stelle splendevano sopra un terrazzo non adatto a chi soffre di vertigini; sotto, Vieste, cara alla dea, snodava i suoi vicoli fitti di passamanerie fino al mare. Da quel punto di vista il mondo sembrava un posto ben abitato, ordinato, in pace. Mi venne lì l'idea di ambientarci un romanzo nuovo, in un incanto del genere, e quella notte concepii ...

L'orfano

Allora, ieri con L'isola greca eravamo a Otricoli, in una piazzetta che è un giardino fiorito, appena dentro le mura castellane, piazza Guglielmo Pepe si chiama, curata, romantica e perfetta per i libri poco di moda ma che resteranno nel tempo, come il mio. Scusate la presunzione. Scusate la presunzione ma se uno dopo che per scrivere ha sacrificato mesi insonni e amori potenziali non ci crede un poco, era meglio fosse andato al cinema, a far la spesa oppure al mare, sulle tracce della felicità passata. Tutta quella impresa invece, e le parole levigate dal vento dell'Egeo, ieri sono tornate in bocca al narratore e complice un altro vento, quello caldo e leggero dei pomeriggi di aprile, son volate fino alle persone lì assiepate, che le hanno inspirate con buona incoscienza, che dio le benedica. Ne è uscito un evento quasi miracoloso, chi ci sperava che lo sarebbe stato? Tra una cosa e l'altra ho ricordato per la centesima volta di non avere padri e madri cui esser debitore p...

L'amore e il tempo

Se ho smesso di volerti bene non vuol dire che non te ne ho mai voluto. Per me confondi l'amore con il tempo. Per il tempo che siamo stati insieme ti ho voluto bene: non dobbiamo per forza credere che se l'amore non è per sempre allora non è amore. Ti ho amato e poi ho smesso. E tu hai amato me, credo, e non hai ancora smesso, o hai smesso e non vuoi ammetterlo. Capita che se due si lasciano, l'amore non finisca in quel momento per entrambi. Oppure sì ma è raro. Quello che voglio dirti, ragazza, è che mi piaceva stare con te, e poi a un certo punto non mi è più piaciuto. Ho cominciato a trovarlo fastidioso. Il concetto di piacere è quanto di più replicabile, se due persone si amano, ma non all'infinito, non trovi? Il sentimento si irrobustisce di euforia, talora, e certe sere avrei voluto che non te ne andassi mai, come quella volta che cenammo sulla spiaggia di Metaponto, davanti allo Jonio luminoso. Un anno dopo, in una circostanza simile, non vedevo l'ora di torn...

Chi ti credi di essere?

Hai poggiato le tue gambe nude sopra le mie spalle e accanto a noi c'era Cesare Pavese. Gli ho detto Maestro, sia testimone che amo questa ragazza, lui ha sorriso e ha risposto D'accordo, non mi capita tanto spesso di fare qualcosa a fin di bene. Prima ero venuto a trovarti in ospedale, parlavi da sola, ho creduto fossi con qualcuno al telefono ma il tuo telefono era morto sopra al comodino. Gli effetti avversi dell'anestesia, mi ha spiegato l'infermiera: hai tolto la cistifellea, hai un piccolo sfrego sulla pancia. In sogno tutte le cose che non possiamo fare da svegli sono contrattempi lievi e allora ti ho convinto a scendere dal letto, ho aspettato che rinsavissi e siamo andati fuori. C'era un giardino fatto a gradoni, ti sei seduta su una panchina e hai alzato le gambe sulle mie spalle. Io stavo seduto su un muricciolo di fronte a te, Pavese si godeva la scena, come un ramarro al sole. Ti ho respirato, ti ho sentito dentro al naso, fino alla gola, e benché fosse...