Un uomo dalla vita sobria aspetta il suo grande amore nell'atrio di un cinema. Sono le sei di un pomeriggio d'agosto, fuori ci sono 35 gradi, dentro l'aria condizionata raffresca la gente, ricordandole che stare al mondo non è poi così male. La fila alle casse comincia a farsi consistente; l'uomo, dopo essersi guardato attorno, decide di accodarsi, per non entrare in sala a film cominciato. Ogni tanto si volta, gli occhi vanno oltre le porte a vetri, fino al piazzale affogato dal sole. Il suo grande amore non si vede ancora. Accanto a lui una ragazza completamente calva sembra gestire con disinvoltura quella ferita. Parla con certi suoi amici dell'ultimo film di Aronofsky, dice che gli è piaciuto perché quel tipo ogni volta fa una cosa diversa e lei ama farsi sorprendere. L'uomo dalla vita sobria, a cui son piaciuti assai quasi tutti i film di Aronofsky, vorrebbe entrare nella conversazione ma teme di essere frainteso - è fuori tempo massimo per attaccar bottone...
Penso dunque esisto, epperò non sono, perché tra essere e esistere passa una mandria di buoi. Stamattina ho capito che esistere non mi basta e che avrei piacere di ricominciare a essere, ma non so come fare. Esistere è una grammatica elementare, essere una cosa più complessa, un periodare da romanzo di Sciascia, un azzardo a vincere o a perdere tutto. E allora, tra il caffè macchiato e la prima canzone lanciata in diretta, m'ha assalito il sospetto che la vita che faccio sia avara, perché ridà indietro ben poco di quello che chiede. Come si capovolge la situazione non lo so, ma intanto ne ho preso coscienza. La scontentezza, queste quattro sillabe feroci e perverse, è un sentimento che incoraggia la lucidità: quando sei infelice vedi tutto più chiaro. Di quello che voglio non ho coscienza ancora, ma ne ho di quello che non voglio, e che non voglio più, avendone avuto in abbondanza. Ricomincio da qui. Ricomincio mettendo alla porta amori fallimentari, paure assortite, scelte cervell...