sabato 19 agosto 2017

Una storia di fantasmi

Dieci anni fa andavo in televisione una volta alla settimana a parlare di calcio. Ne facevo un piccolo vanto, come di chi si ritrova in un contesto alieno e inorgoglisce di diversità. Mi piaceva raccontare le partite romanticamente, in modo imprevedibile, come han fatto Gianni Brera e Vazquez Montalban. Ho sempre trovato il calcio una lampante metafora della vita: appassionante, noioso, frustrante, sensuale, come lei è. Altri sport la sfiorano, la rappresentano meno nitidamente. Il calcio la sublima, canta e scolpisce con impressionante fedeltà. Anche ai particolari. Magari una volta di queste mi dilungherò sull'argomento. Stavolta mi preme altro, mi preme dirvi cosa accadde una sera, dopo la trasmissione. Per il fatto che oggi - senza un motivo - la stanza dentro la testa nella quale il ricordo era chiuso si è aperta di nuovo. E lui è uscito. E quindi. Capitò mentre risalivo in macchina, mezzanotte passata. Gennaio, foschia, i semafori a galleggiare in un'aria densa che ne spandeva i colori. Nessuno -  un cane, un'anima - in giro. Il caffè Clapier chiuso, i nottambuli già costretti a rincasare, non del tutto sbronzi e perciò delusi. La Panda parcheggiata sulle strisce blu, sotto un lampione, a duecento metri dagli studi televisivi. Apro la portiera, entro, mi siedo, allaccio la cintura. D'istinto, guardo lo specchio retrovisore. Nel sedile posteriore c'è qualcuno seduto. Una figura umana, se non fosse per gli occhi accesi, rossi come per una malattia, roventi. Slaccio la cintura, caccio un urlo, spalanco la portiera, balzo fuori. Le ginocchia prendono a tremare. Guardo traverso il lunotto, gestendo il coraggio che ho. Niente. Nessuno. Il sedile vuoto, un fermaglio di Ale abbandonato da giorni, la luce del lampione a piovere là una chiazza gialla. Allucinazione? Apro il portabagagli, ci frugo dentro alla ricerca di un miracolo, un indizio strano che mi convinca che non sono matto. Sono la pantomima di me stesso, mi rappresento per un pubblico che non c'è, mi immagino muovermi, gesticolare, inorridire, mentre mi muovo, gesticolo e inorridisco davvero. Mi calmo, razionalizzo, risalgo in macchina, accendo la radio, la luce sul cruscotto, abbasso i finestrini, in barba al freddo. Telefono a casa: "Sto arrivando". La casa che non c'è più. La donna che non c'è più. "Vai piano, ti aspettiamo sveglie" - mi dicono, e la donna e la casa. Eseguo, pavido. E così, morbidamente, nella bruma notte della città industriale - con la coda tra le gambe e l'avamposto dell'orrore che sarebbe stato - mi rincammino nella normalità che non ha spiegazione.

martedì 15 agosto 2017

Un mondo migliore

Come in altri giorni lontani che han gli stessi nomi di quelli di adesso - e i numeri, e l'astenia, e il caldo cocente, - così oggi ho annusato nella memoria l'identico loro odore appiccicoso. È lei che a tradimento scova dentro stanze solo sue il quando e il posto - intorno al '93, un angolo scuro dove forse ho spostato un secretaire lucido di lacca - e le coordinate portano ancora alla mia giovinezza. Laggiù salivo le scale di casa ed era - dopo la tabaccheria - una promessa di sollievo: dalla fatica al riposo misantropo di libri e canzoni. Già alla prima rampa mi faceva incontro il profumo di frutta a bollire, di zucchero arrosto, e il rumore delle cucchiaie di legno sul bordo del tegame - deng, clonk, tatunk - a scrollarsi l'impasto. Appresso, le voci di Bruna e Rita - Non farla addensare; Girala sempre nello stesso verso; Mica è il primo barattolo che riempo! e bisticci tra le pause a turno per riposare il braccio.
La marmellata, facevano. La facevano, è la pura verità, voce del verbo Fare, prima non c'era e dopo sì: non so dire meglio. Io l'avevo vista sempre al supermarket, già pronta, dietro etichette colorate e addizionata di pectina. Mia madre e sua zia la fabbricavano per conto loro, invece. Arbitrariamente, se vogliamo: contro le contraffazioni. Un nocciolo aggallava spesso - Eppure ci sono stata attenta, ammetteva una; Non sarà che mi fai rompere la dentiera, scherzava l'altra. Bruna rideva di più: una sagoma; le capitò d'essere vedova da giovane, e doveva aver sofferto la sua parte, tanto che per malintesa fedeltà a un morto non s'era più sposata. E pure serbava come un codice genetico quel non prendere mai niente sul serio, che io ho in parte - e per vie traverse - tardivamente ereditato. Il risultato poi non è che mi facesse impazzire - alla prugnarola, come la dicevano, preferivo ancora certe schifezze compre. Ma l'odore che riempiva per giorni tutta casa è ancora oggetto di culto; non perché stessi da dio o cullassi chissà che felicità, a quell'epoca. Tutt'altro. Sono più compiuto libero e cattivo adesso - al netto del dolore, espulso come un giocatore falloso. Per via, credo, della solidarietà. Anzi, ci scommetto. Era gente solidale, quella. Facevano le cose per gli altri, non per se stessi. Rita la marmellata neanche la mangiava, e Bruna la detestava, addirittura. Per cui la dentiera non se la sarebbe mai rotta. Non con un osso dimenticato dentro. Sfaticavano perché era giusto, era un modo per dire alla famiglia Piace a voi e siccome vi vogliamo bene, eccola qua. Era un gran lavoro, e una piccola festa. Cui ho ripensato - per una grottesca, cinica, associazione di idee, che forse non c'entra niente - a sentire del ragazzo ammazzato davanti a una discoteca in Spagna, ieri. Ci fossero state Bruna e Rita forse si sarebbero staccate dalla fila degli indifferenti - sporche di purea viola -  pur di provare a salvarlo. Oppure no, sarebbero morte di paura. E noi, che scriviamo come antidoto alla realtà, dovremmo ben sapere quanto il desiderio di un mondo migliore sia fioco a confronto con qualunque feroce giorno dei tanti che attraversiamo.





sabato 12 agosto 2017

Tabaccheria

Dicono che il primo temporale d'agosto spenga l'estate, come tuffare un ferro rovente dentro un bacile: sfuma, e poi quando l'afferri è tiepido. Così anche stavolta ho aspettato la pioggia: per rinsavire. La stagione feroce non fa per me, sono nato a gennaio. Mi entra in casa e spalma sulle pareti uno strato di asfissia, ed è come stare in una piscina di fango. Però stamattina è arrivato, l'acquazzone: forte e tempestivo - mentre uscivo di casa. E il solito viaggio - dalla collina dove abito da un anno fino alla radio dove lavoro da diciotto - è stato nostalgia, per quei ricordi che ti afferrano quando basta una somiglianza tra oggi e loro. Pioveva d'estate anche quando vivevo in tabaccheria a grandi ore, improvvisamente; si scuriva il cielo, brontolava come Gino alle prese con un cliente molesto, sgombrava i tavolini all'aperto di tutti coloro che aspettano la morte al caffè, per tutta la vita, e iniziava a precipitare dappertutto. La pioggia era in quel frangente una barriera. Tra me e il notaio Imbellone - a corto di Skandinavik e immalinconito dietro la finestra, la cravatta lenta al collo e la pipa vuota in tasca; tra i tabagisti dalle dita gialle - in crisi di astinenza, dentro le macchine - e le stecche di Mercedes all'asciutto; tra il suonatore di violino e la sua custodia, dimenticata da me durante l'accattonaggio. Rimbombava, scoppiava - Tubrum! Bum! Tunfbrubutum! - e faceva rintanare i ragazzi sotto la tenda del fotografo, che somigliava a una campanile di stoffa, di là dalla strada eppure distante - per via di quella diga rotta - un milione di chilometri. Solo l'avvocato Urbani si trovava a suo agio - chi se lo dimentica? Aveva fama di licantropo, e sotto il diluvio camminava disinvoltamente, senza ombrello e cappello, con un marcato ghigno di sfida, elegantissimo - un signore che somigliava a Paolo Conte, e nella voce e nell'aspetto. Raggiungeva il bancone e come se fuori ci fosse bel tempo salutava gioviale, chiedeva di tastare cinque o sei Toscani, sceglieva i più teneri, si ravvivava i capelli fradici con la mano ossuta e poi usciva, tutto contento. Raccontavano che nelle notti di tregenda si mettesse sotto le grondaie a far la doccia vestito; e ululasse arrampicato sui tetti, estasiato, ad ogni plenilunio. Io lo aspettavo, quando pioveva a quel modo. Sapevo che era l'unico in giro, e che si divertiva un mondo tra lampi, tuoni e pozzanghere. Quando schiariva, tornava scontroso, come contrariato da quel sollievo. A una donna - con cui aveva una relazione da trent'anni e che gli chiese una buona volta di sposarla - rispose "Eh, quanta fretta! Mica si fanno su due piedi, 'ste cose!" Era nato così: personaggio. Di quelli che oggi mi pare non ci siano più. E d'altra parte anche la mia bottega - venduta da tanto ma che non riesco ancora a definire di altri - è un'altra cosa, e pur restando nello stesso posto di sempre si è come trasformata, involgarita, riempita di slot machine. Tanto che nessun lupo mannaro ha più voglia di entrarci a far compere.




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mercoledì 2 agosto 2017

L'estate di Monk

C'è questa regola triste per cui se a un uomo gli levi la passione della vita, muore. Come spegnere la luce in una stanza, come smettere di raccontarsi. Così Mauro se n'è andato, appena dopo che gli hanno imposto la pensione - obolo terminale che non dà scampo - e in capo a cinquant'anni spesi a vendere giornali. Non era un mestiere, a quelli si sopravvive. Era - per sua ammissione - il senso del levarsi dal letto, e del combattimento. Non li fa fuori una qualche malattia, una distrazione, coloro che reggono questa fortuna: il cancro e i tamponamenti feroci sono solo strumenti. Li ammazza il niente che di colpo si ritrovano addosso, la messa a riposo delle celesti abitudini. Perciò io scrivo forsennatamente: per restare attaccato alla vita, per farle capire che è il mio modo di onorarla. Purtuttavia. Purtuttavia piovono giorni torridi e tristi, sì, quanti ne voglio. E l'ansia si mangia il sonno come un topolino i contorni del giornale. Ma appena posso lancio un sasso davanti a me e cerco di raggiungerlo: un traguardo a portata di occhi, ecco di che parlo. Da ragazzino, con un altro Mauro, con Luca e Gastone, eravamo campioni di bocce. Allo stesso modo ora e da solo - anche se il campo sterrato, davanti all'osteria del lago, a Narni, l'hanno fatto scomparire per far posto al nulla, e il vecchio che vendeva chinotti dev'essere morto da chissà. L'estate rabbiosa che c'è fuori mi rintana dentro, cosa che ha i suoi vantaggi. Ho scoperto Monk, il sassolino che ho lanciato avanti è l'appuntamento con lui: tutti i pomeriggi feriali, alle tre e tre quarti su Crime. Mi ci diverto un mondo. Saluta la gente coi gomiti, perché ha paura dei germi; la prima volta che è salito in aereo ha fatto ammattire le hostess; soffre di vertigini; tocca, camminando, tutti i pali della luce, e li conta. E poi gli hanno ammazzato la moglie. Come a me. La sua l'ha fatta fuori la mafia; la mia, dio. Non c'è una gran differenza. Ciò non toglie che raccontano le sue avventure con leggerezza, come ho fatto io con la mia storiaccia, nei panni di Mirka. E - mentre snocciolo le prugne per la marmellata - guardarlo annaspare e poi con un colpo di genio capire tutto prima dei sani di mente, dei detective cazzuti, mi conforta: anche per quelli come lui e me c'è una qualche titubante speranza.

martedì 25 luglio 2017

La micia malinconica

Ci aspettava - magrolina e spaurita - nel sottotetto. Le si leggeva diffidenza negli occhi e il passo era cauto, come di chi ha masticato botte e spaventi ogni giorno della vita. Ci prese in simpatia, ma con altera grazia, come discendesse dalla cucciolata di Cleopatra, e quando mangiava, mangiava spizzicando, e lasciando giù la gran parte; poi andava via, senza ringraziare. Io credo ci abbia tollerati fin dalle prime mattine che sfacchinavamo il trasloco, in mezzo ai piedi a curiosare, a intingere la zampa nelle latte di vernice, a capire di che pasta fossimo fatti, se crudele o benevola, e a farci capire che la padrona di casa - volenti o nolenti -  era lei. Vive qui da prima di noi, è sterilizzata, è dolce e indipendente, e obiettivamente bellissima. Miagola forte quando vuole spettatori dei suoi crimini: dà la morte civile alle lucertole, agli uccellini implumi, ai topolini innocui di campagna. A volte tento di strapparli dalle sue grinfie prima che li abbia martoriati troppo, e a qualcheduno ho salvato la vita. Mi si intrufola tra le gambe mentre scrivo, ed è come una carezza, un'approvazione: "Bravino, sei bravino - direbbe se potesse parlare. - Che ne dici di infilarci anche a me, in un capitolo?" Mi ha scambiato per Sepulveda, magari. E certe sere ha un muso triste: nostalgia, disincanto o chissà quale altra malattia umana l'avvince. Si aggira per le stanze irrequieta, in certi crepuscoli che tagliano la luce sul pavimento, e dividono l'allegria dalla paura. La nostra paura - la mia - è la sua. Mi sussurra, flirtando col dorso della mia mano, mugolando fusa, che il peggio è passato - per tutti. Che questa nuova casa è una nuova vita. E che lei sta qui a vegliare perché nulla ci accada mai più di abominevole.

domenica 23 luglio 2017

Treno

Prima o poi lo farò, quel viaggio in treno che sogno dalla giovinezza. Passerò tra le gole dell'Appennino, e sarà ottobre, per non dover morire di caldo e tornare in tempo per Natale, a raccontare - ai fantasmi attorno al tavolo - l'avventura. Sbufferà lo sbuffo del locomotore, e il pennacchio sventolerà, e gli scompartimenti saranno di legno scuro, i sedili foderati di damasco, i camerieri in livrea candida, la sala ristorante satolla di ghiottonerie. Fuori sfilerà la selvatica Italia, tra dirupi e torrenti come ferite bianche, e le rotaie saranno arrampicate sopra agli abissi, e tremerò di spasso. Ho questo senso dell'assediato che mi corteggia da una vita, il gusto di sapere il pericolo fuori dai vetri e il sollievo di tenermene al sicuro, ma appena per un diaframma. Il treno esercita questa fantasia letteraria, sui miei desideri: è il posto mobile degli omicidi, della raffinatezza investigativa, di Poirot e Miss Marple, dei corteggiamenti galanti, dei romanzi ottocenteschi che uno comincia a leggere a Mosca - perché va bene anche se non è l'Abruzzo -  e finisce in un posto assurdo, novemila chilometri più in là. Non è il treno degli emigranti, che mi attrae. Benché sia di natura e origine plebee, - ma nel senso paradossalmente più nobile - io amo sognare un viaggio di lusso, camminare barcollando mentre i vagoni superano una balza o un orrido di spropositata profondità, e innamorarmi se sul corridoio incrocio Cybill Shepherd giovane - come in quel film che la prendevano per matta - e per i suoi occhi e tutto il resto investigherei sornione, perché sono l'unico che le ha creduto. Ci vivrei, in treno, eterno andirivienista che non ha patria né affari urgenti da sbrigare, ma davvero solo il bisogno intimo di fare il pieno di bellezza per poi raccontarla tutta assieme - scrivendone a volontà - all'ultima deprecabile stazione.



La Transiberiana d'Italia, intanto, è qui:
http://www.lerotaie.com/www.lerotaie.com/transiberiana.html

domenica 16 luglio 2017

Il poeta del west


Ho voglia di scrivere di lui da un mucchio di tempo, ma per un motivo o per l'altro non l'ho mai fatto. Lui è Charles E. Bolton, agricoltore e cercatore d'oro di origini inglesi - meglio noto col soprannome di Black Bart - e compì tra il 1875 e il 1883 una serie di rapine ai danni delle diligenze che trasportavano i proventi della Wells Fargo, in certi angoli dell'Oregon e della California. Mi ha sempre incuriosito la sua storia, e non capisco perché nessuno - che io sappia - ci ha mai fatto un film. Era un galantuomo e a quanto ho scoperto faceva il farabutto con ritrosia: non derubava i viaggiatori ma solo le cassette della compagnia, e il fucile che spianava in faccia alle vittime - calzando in testa un sacco di farina coi buchi per gli occhi - era scarico. Ma per un gesto su tutti me ne sono infatuato: a ogni colpo lasciava una poesiola scritta di suo pugno dentro il forziere vuoto. Non era Walt Whitman, beninteso: le sue rime erano elementari, la metrica incespicante. Ma l'intuizione mi pare magnifica: seminava stenta bellezza in un mondo selvatico come quello, e in certo senso anticipava la civiltà. Più della ferrovia, più delle fabbriche; e certamente più dei bordelli e delle sale da gioco. Poi lo incastrarono, per colpa di un incauto salto in lavanderia, dove qualcuno riconobbe le sue buone maniere e un fazzoletto con le iniziali. Se la cavò con pochi anni di galera, vista la sua mitezza, e una volta uscito pare che riprese il vecchio vizio, ma non lo beccarono più. Ecco, a me una storia così, se fossi americano, farebbe gola: sarebbe l'architrave di un altro romanzo, il prossimo, magari. La farcirei con tutte le sfide impossibili lanciate agli amici di un tempo nella stanza di passaggio che era la mia camera, negli anni della fanciullezza. Chi estraeva per primo ero sempre io; io il più rapido a dire Bang e l'altro - se stava al gioco - si contorceva e accasciava. Già allora avevo questo destino nella colt: l'avventura di una vita segnata da colpi bassi e lampi d'estasi, e una fame di parole aggraziate in un mondo di assassini.