Una notte di luglio scoprimmo quella canzone, la canzone diceva che quella notte non sarebbe finita e quella notte non finì. Continua ancora oggi, ce l'ho nel cuore e la rivivo ogni volta che torno là dove calandosi dal cielo si fece palco, e sipario, e quinta di teatro. Cadde per terra e dilagò, colorando tutto il mare di quel nero luminoso che ti fa vedere le cose meglio che se fosse giorno. Io che dimentico tutto, questo me lo ricordo: uscimmo dall'albergo dopo esserci cibati l'uno dell'altra e camminammo fino al molo. Tu eri fantastica ma io ero troppo giovane per rendermente conto e così non feci onore a tutta la bellezza. Ora me ne rammarico, ma rammaricarsi col senno di poi, in un'epoca di solitudini affollate, è un gesto assieme nobile e vano. La luna, piena per tre quarti, si specchiava sull'acqua, un'orchestra suonava con grazia certi ballabili che ci convinsero a scendere in pista, mi hai stretto a te come per paura di perdermi, e sarebbe successo...
Era un po' che non la vedevo, oggi si è presentata e ho stentato a riconoscerla. Altre volte era stata insinuante, saliva sopra di me con la pazienza della marea, oggi invece mi ha assaltato neanche fossi un portavalori e lei una svaligiatrice di professione. Un po' criminale del resto lo è, ma non per colpa: è la sua natura. Così tra la prima ora di trasmissione e la seconda, tra uno speciale su Michael Cimino e canzoni di Levante e Caparezza, si è presentata alla porta sbattendo i tacchi e poco c'è mancato che camminasse per lo studio col passo dell'oca. Era marziale, stamattina, tirannica. Mi ha voluto, mi ha preso, mi ha squinternato, e alla fine se n'è rimasta in un angolo a guardarmi annaspare, soddisfatta, con i suoi occhi dipinti di blu. Quando sono uscito ce l'avevo tutta addosso, appiccicosa, pruriginosa. Ho preso a grattarmi le braccia per mandarla via ma si è infiammata ed è stato peggio. Non va via se provo a cacciarla, va via quando lo decide lei, ...