Per andare a comprare le verdure passo sotto la casa dei nonni materni, oggi un casermone disabitato con le persiane chiuse. Là davanti rallento sempre il passo, torno indietro di cinquant'anni, quando tutti erano vivi e tutto il bene era intatto. Gioco un po' con la memoria e alla fine, intenerito, vado a prendere le zucchine e la rucola. Oggi ho fatto lo stesso ma un pensiero laterale ha insistito per infilarmisi in testa. Bisticciava, quel pensiero, proprio con il concetto di bene, lo complicava, lo ingarbugliava come un gomitolo. Per tutta la vita ho creduto che il bene fosse di un tipo soltanto, e che al massimo esistessero delle gradazioni, delle categorie, cosicché c'è chi te ne vuole un po' di più e chi un po' di meno. Oggi temo di aver intuito in realtà che il bene è come le persone: ce ne sono di tanti caratteri differenti. Mio nonno per esempio, Gino, mi dimostrava un bene burbero, sbrigativo, poche parole e molti piccoli sacrifici per accontentarmi. Mio ...
Vorrei fare un esperimento, vorrei portare Fedor Dostoevskij a uno di quei club letterari dove volenterose lettrici di romanzi medi commentano entusiaste il libro del mese e vedere l'effetto che fa. Mettiamo che sia Le notti bianche, niente di troppo impegnativo: mica posso presentarmi con Delitto e castigo, quelle menti semplici potrebbero collassare. Lo lascerei con noncuranza sopra un tavolo in ombra, in un angolo della stanza, poi mi metterei ad ascoltare, rapito, gli strabilianti aggettivi spesi per un titolo qualunque della Gamberale: eccezionale, grandioso, fantastico, meraviglioso. Le volonterose, entusiaste lettrici di romanzi medi non brillano per originalità attributive. Mentre siamo lì, il romanzo del tenero sognatore senza nome e di Nastenka comincerebbe a vibrare come un cellulare. La copertina si accenderebbe e quella fortunata ragazza che sta dentro alla storia - fortunata perché amata da due uomini di carattere opposto - uscirebbe fuori dalle pagine e non vista si ...