Penso dunque esisto, epperò non sono, perché tra essere e esistere passa una mandria di buoi. Stamattina ho capito che esistere non mi basta e che avrei piacere di ricominciare a essere, ma non so come fare. Esistere è una grammatica elementare, essere una cosa più complessa, un periodare da romanzo di Sciascia, un azzardo a vincere o a perdere tutto. E allora, tra il caffè macchiato e la prima canzone lanciata in diretta, m'ha assalito il sospetto che la vita che faccio sia avara, perché ridà indietro ben poco di quello che chiede. Come si capovolge la situazione non lo so, ma intanto ne ho preso coscienza. La scontentezza, queste quattro sillabe feroci e perverse, è un sentimento che incoraggia la lucidità: quando sei infelice vedi tutto più chiaro. Di quello che voglio non ho coscienza ancora, ma ne ho di quello che non voglio, e che non voglio più, avendone avuto in abbondanza. Ricomincio da qui. Ricomincio mettendo alla porta amori fallimentari, paure assortite, scelte cervell...
Chi mi ha insegnato a scrivere? - posto che io sia capace di farlo, naturalmente. Un numero consistente di poeti e se non vi secca vorrei pagare il debito verso uno di loro, uno dei miei padri putativi, perché se n'è andato oggi e il momento del commiato coincide con quello della celebrazione. Francesco Guccini entrò a casa mia una sera del 1976: una radio libera suonò L'avvelenata , mia madre inorridì. Lo capii del tutto qualche anno dopo ma quella volta, pur turbato, intuii che esisteva un altro tipo di linguaggio rispetto a quello a cui ero abituato. Che se ne fregava di ciò che si può e non si può dire, e dei sistemi di comunicazione prefabbricati. Nelle canzoni si poteva parlare di tutto, in qualunque maniera venisse in mente. Le parole di Guccini mi hanno educato più di mio padre perché erano libere, e regalavano a tutti libertà, mi hanno costretto a ragionare, a non scappare dalla scabrosità delle cose, a considerare la realtà un poliedro. A diciassette anni, coi soldi ...