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domenica 19 maggio 2019

Il partigiano

A scrivere, certi giorni mi tenta un libro nuovo, certi altri una storia breve, adatta a questo diario virtuale che si avvicina alle centomila visite, ed ogni volta sono grato all'ospite che non conosco, che entra, legge, s'indigna, commuove, commenta, e se ne va. O magari resta di sale, e mi rimbrotta - per una costruzione complicata, c'è il caso - e minaccia di non cercarmi più, di non comprarmi. In ogni caso, più dei libri che ho scritto - sì certo anche loro, ma di più - mi ha cambiato la vita questo teatro di guerra allestito qua dentro, l'appuntamento settimanale dalla memoria come da una donna di bordello che di me voglia sapere tutto, e me lo estorca, con le sue moine. La memoria in effetti mi spara una lampada in faccia e m'interroga: è una femmina pazza, vuol sapere ciò che già sa, vuole che l'aiuti a ricordare, pretende conferme. E io sto al suo gioco, un po' perché mi piace, perversamente, assecondarla, e un po' perché così facendo verifico subito se quel che ho scritto arriva. Per i libri ci vogliono tempo e pazienza, invece. Un narratore ha questo difetto, badate: la vanità, una esigenza di riconoscimento piccola e costante, che lo pungola, lo tormenta come la sete se hai mangiato del prosciutto, e come quella sete è sopportabile, ma ostinata. Il passo successivo è quando ti chiedono di schierarti. Il riconoscimento che il lettore ti concede ha un prezzo: vuole sapere come la pensi, e se - soprattutto - la pensi come lui. Ha a che fare con il gesto culturale dell'impegno - politico, sociale, ecologico. Non ci si può sottrarre a un imperativo così. Per cui, una volta per tutte, mi schiero, faccio il partigiano. E dichiaro solennemente - e per questo un po' comicamente - che il mio credo è il relativismo. Mi dissocio da Nicea perché credo in solo Dubbio, creatore del cielo e della terra, e di tutte le cose visibili e invisibili. Non mi troverete su un estremo lembo della pagina ma sempre in mezzo, non per democristiana indole - il cielo me ne scampi - ma perché in mezzo si raccolgono meglio le informazioni, si sentono i tocchi di tutte le campane e ci si fa un'idea più rotonda delle cose. In mediana, come Pirlo, al centro della battaglia, come un oplita,  nel cerchio più piccolo del bersaglio, come una freccia scagliata con maestria. Per partito preso non penso e non faccio nulla. Faccio tutto, ne parlo e ne scrivo solo dopo che ho capito almeno un poco quello che succede attorno. Solo allora, eticamente, scorgo torti e ragioni, e anche lì con il sospetto appuntito dell'errore. Ogni altro metodo mi sa di fanatismo. E così sia.

martedì 14 maggio 2019

Prima il piacere

Aveva le narici schiacciate, il setto nasale deviato, lo sguardo acquoso: avrei dovuto capirlo subito che faceva il boxeur. Lo lasciai parlare, però, perché mi prese alla sprovvista, e perché ero ancora nell'età in cui la cortesia è un dovere - oggi taglierei corto: è per via che invecchio, probabilmente. Aspettavo una ragazza con l'emozione delle prime attese, dietro il chiosco di giornali di piazza della Repubblica, dove ora ci sono i tavoli di Yogurino e le donne separate fanno l'aperitivo in gruppo. Sei perfetto per salire su un ring - cominciò a dire,  e che avevo le spalle larghe, l'altezza giusta - e se poi sei preoccupato per i colpi in testa e per il tuo bel visino, ti daremo un casco, e il paradenti. Annuivo, ogni dieci sue parole gli facevo di sì con la testa, sì, certo che sì, e gli giurai che ci avrei pensato su, e mi diede il nome della palestra, e io già mi vedevo mille città lontano, da lui e dalla sua delirante proposta. Saranno trent'anni, ormai, trentadue, ero un pulcino innamorato, stavo lì ad aspettare baci, non cazzotti, e difatti non se ne fece niente. Mi è tornata in mente, quest'avventura, l'altra sera che con Susi guardavamo Rocky. Il primo, dico, quello bello, quello da cui prende il via tutta la serie. Ci siamo messi in testa di ritrovare certi grandi film del passato, che io ho visto al drive-in, nelle sere di tre o quattro estati furibonde - in braccio all'adolescenza - e lei mai, e ne avverte il bisogno. Gliene ho parlato, le ho detto che ne vale la pena. Che hanno un linguaggio, una struttura, che non passano di moda: ne abbiamo una cinquantina in lista. Solo per cominciare, si capisce. Perché ora che ha preso anche lei a parlare dentro una radio, magari le viene la voglia di fare l'artista. Il cinema, la musica, la radio - appunto. E la incoraggio, le scanso la quotidianità e le apparecchio l'eccezionale: canzoni gigantesche, romanzi marziani. E film sapienti, davvero, come se piovesse. Io credo che i padri servano a questo, prima che ad altro: a incoraggiare all'arte, all'estro. A un incomincio di creatività. E a mostrare come si prende a pugni la comodità di una scelta borghese. Per diventare architetti, mugnai, ingegneri, professori, mantenuti, operai, impiegati, c'è tempo. Prima il piacere, e vediamo se si trasforma in mestiere. Che poi è l'unica fortuna perfetta che posso augurare a chi amo.

venerdì 10 maggio 2019

Tutto esaurito


Frequenta Narni, Umberto Orsini, l'ha eletta da qualche tempo prima tappa di ogni suo nuovo spettacolo, è successo con Il giuoco delle parti, con Il costruttore di Solness, forse anche con Copenaghen, boh, vatti a ricordare, e comunque la città gli piace, e gli piace la gente. Per giunta va a tagliarsi i capelli dal mio stesso barbiere, e la prima volta che ci è andato - per prendere un appuntamento - gli han chiesto il nome, che non l'avevano riconosciuto. Li ha accontentati - un poco seccato, mi sa -  ma dopo è stato soddisfatto, e del taglio e della conversazione da parrucchieria, che è in fondo anch'essa una forma di teatro. Se fossi attore e mi chiedessero l'identità mi confonderei, temo, tra quel che sono la mattina e chi ho creduto di essere la sera, sui palchi di mezzo mondo, e potrei battezzarmi Stenterello, Iago, Cavaliere di Ripafratta, signor Ponza, Arpagone. E allora confesso che sono tornato a insegnare dopo aver giurato Mai più nella vita perché mi mancava quella commedia, quell'entrare ogni mattina nei panni di qualcuno altro da me, e provare a raccontare la sua storia. Un insegnante forse è un attore con zero talento, ma il richiamo dello spettacolo è potente, e bravo chi gli sfugge. La cosa fantastica - e che avevo dimenticato - è il fatto che sono il primo studente di me stesso, mi sto a sentire a orecchie spalancate. Probabilmente tutti i colleghi scrupolosi fanno uguale, e non è un discorso di vanteria. È che, al contrario, solo ascoltandomi, senza distrarmi - a pensare al derby, all'amore - riesco a capire più in totalità le cose che dico, come, appunto, un attore ascolta con devozione il personaggio che ha dentro per farlo sortire intero. Così lavorando, svelo colma la bellezza di un'opera che a leggerla mi si era mascherata - è capitato con Pirandello un sacco di volte: vedi di nuovo i due mestieri come si mischiano - e la marzianità di chi l'ha scritta. E marziano a conti fatti sono un po' anch'io: quando mi ostino a succhiare stupore da un mestiere terribile. Ma le volte che mi stanno a sentire, e chiedono, e prendono appunti,  io recito come davanti a un teatro sold out. Con la comica aggravante che il tutto esaurito, psicologicamente parlando, sono soprattutto io. 

mercoledì 8 maggio 2019

Genius loci

Quel gran silenzio acquartierato in casa ho provato a farlo uscire, oggi, spalancando la porta: ha fatto Woof, come l'aria dal tubo delle palline da tennis, e se n'è andato per i fatti suoi, per il mondo. A saperlo l'avrei cacciato prima, ma le sventure hanno i loro tempi, sostano e vanno a capriccio.
Magari adesso agguanta certi broker ciarlieri che ti fregano il denaro già che han giurato di moltiplicarlo, e quelli si ritrovano muti, e disarmati. Beato chi li incontra da qui a domani, allora, mentre io faccio come il silenzio: scappo dal sotto vuoto e mi arrampico sulle colline attorno, e tutto si placa: i miei nervi, il senso di fastidio per gli uomini, e il pomeriggio prende il colore lucido delle cose al dopopioggia.
Vivono due file di case, in uno spigolo della provincia reatina che si infila in Umbria come il gomito tra le reni di una figlia addormentata, che hanno nome di #Lugnola. C'è #Configni, prima o dopo, a seconda di dove arrivi, c'è #Vasciano, c'è #Vacone, col suo ristorante solo per due; e nobilmente, sempre nei paraggi, c'è #Itieli, pinnacolo inespugnabile, rocca da cui resuscito il passato per la fortuna di poterlo raccontare.
Per darvi delle coordinate, dico.
So che esistono posti dal genius loci dispettoso - prende e dà malinconia, cuce e scuce ebbrezza, e sentimenti ingovernabili, se fai tanto di solcare una piazza dalla luce lunare, o entrare in un caffè al mattino, che devono ancora portare le brioches, e così quel gesto sembra inutile.
Qui no.
Lugnola ha in serbo una felicità sottile e costante che ti si appiccica ai vestiti, ti chiarisce i contorni di un desiderio fino ad allora incerto - è capitato: ho scoperto là cosa voglio scrivere - e una panetteria lungo la strada dove chiudono alle sei di pomeriggio, ma se suoni il campanello son contenti di aprirti, perché ci abitano sopra, e hanno finito di sfornare, giusto in quel momento, crostate fantastiche.
L'abbiamo mangiata lì, spezzandola con le mani, sbriciolando sul patio, attirando passerotti ardimentosi che saltabeccavano, mentre il sole cadeva rosso nelle tasche dell'Appennino. La sera - perché è vitale, a ingannare la tristezza del ritorno, un'altra bellezza attaccata, - un progetto di viaggi e fotografie ci ha conservati allegri.
E il silenzio in casa - giovane, non quello severo del mattino - una volta spente le voci e la tv, era finalmente la culla di un riposo per anime leggere.

lunedì 29 aprile 2019

Le case quando sono vuote

Una volta di queste giuro che faccio il gesto di andarmene, tutto il teatro dei preparativi del ritorno, gli avanzi della cena nelle buste Ipercoop, stacco il contatore della corrente e nel buio dò due giri di serratura. Ma resto dentro, acquattato tra il divano e il muro, sotto il quadro di Sara che ha rifatto Gaugain, trattengo il respiro e aspetto. La casa che crede d'esser vuota comincerà a sgranchirsi le ossa, stirerà le vertebre, cigolerà i cardini, e allora io saprò per certo che è viva. Il candelabro scolato di cera, il trumeau di Clara, il pouf blu che ti inghiotte, se fai tanto di sedertici: tutto si muoverà, e parlotteranno fra loro - quegli oggetti di arte povera - e si scrolleranno la polvere i cuscini, e la scansia dei piatti cupi ammetterà Finalmente se ne sono andati, quegli scocciatori. Le case, disabitate non lo sono mai, sono anime stanziali, tormentate o allegre a seconda del tempo, delle stagioni, proprio come noi. Io vorrei vivere il paradosso - e sperimentare il gusto - di stare in una casa quando non c'è nessuno, nemmeno io, quando la festa è passata, e vedere che diavolo succede. C'è questa presunta inutilità degli oggetti appena non li usiamo che è un  malinteso bello e buono: le cose esistono a prescindere, accumulano tempo, fanno la nostalgia, e quando le ritroviamo - un giorno, una settimana, un anno dopo - si sono appena rimesse in riga, sono dove contavamo fossero, ma in realtà impercettibilmente spostate, perché gli piace farsi beffe dei villeggianti, e sfidarli a ricordare. Hanno un tale carico di vita addosso, di impronte digitali, pianti, risa, urla, euforie, tradimenti, che serbano gioia e patiscono tormento con la stessa ostinazione degli esseri umani. Non lo danno a vedere - è  tutta qui la differenza - e se ne accorgono solo le anime affini, i sognatori, e talora se ne accorge Franceschini - che un po' eccentrico lo è, quando si nasconde nella notte a giocare la sorpresa. A ogni sentimento esploso corrisponde un oggetto che lo assorbe, per cui i tonfi, i passi e i versi nelle stanze di nessuno sono riverberi - non c'è da averne paura. Al contrario: è una bella fortuna. A un altro tipo di fortuna - la non casualità - pensavo poche ore fa, prima di questo dopo che ho raccontato: viaggiavo in corriera e, attorno, aprile moriva con cento sfumature di verde, tutte differenti - tra le chiome dei salici e le cime dei campi, e i tetti delle case coloniche, e la macchia impenetrata sotto il cielo. Intinto in quel mondo mi è nato il sospetto che agli scettici occorra un mucchio più di fantasia rispetto a chi crede in una qualche speranza: nessun caso saprebbe costruire una bellezza così razionale. E ancor meno, due fortune nello stesso giorno.

mercoledì 24 aprile 2019

Tutto qua

E così, di nuovo, è tempo di partire - un viaggio breve, beninteso, una piccola transumanza: la dolce collina che è Itieli, terrazza su una gobba d'Appennino selvaggia e lupesca. Vado per assecondare il sole, che s'è degnato d'alzarsi, finalmente, e per provare a riposarmi un po'. Per questo sistemo nella sacca da marine l'essenziale: un pacco di pasta, passata di pomodoro, crakers, prosciutto sotto vuoto, acqua minerale, caffè, dolcetti. E il computer, per scrivere - che scrivere è riposarsi - e un paio di storie da leggere, ma leggere, tanto basta spostare l'accento. Tutto qua: niente distrazioni social, niente selfie, solo la radura inclinata che affaccia al Censo e come pregio la mancanza delle cose che ho dimenticato in città. Aprile ha questo potere, ai miei sentimenti: mi rigenera, come un toner nel negozio di cartucce, mi spegne il furore di una approvazione che cerco, alle mie parole, con fin troppa premura. Una volta arrivato, il mondo che è stato questa casa, coi suoi fantasmi pudichi, i frequentatori saltuari, mi accoglie, e torno a farne parte come mai andato via. Sono solo eppure le voci si chiamano, le ombre s'appendono ai muri, e rifanno la domenica, quella della giovinezza. Ho una tv scassata, pochi pollici, che s'accende a suo piacere, e per lei vedo la modernità per quel che è: una sciocchezza ingannevole. La distanza in effetti aguzza la vista, e capovolge le priorità: tutto quel che dicono abbia un peso qui svapora, contrisce. Le notizie che arrivano sono le stesse ma arrivano come attutite, debolmente rimbalzano, e non mi faccio sedurre. Essere per qualche ora eccentrico - letteralmente - mi aiuta a capire meglio le combinazioni degli uomini - quando ne sei invischiato hai una visione parziale, cieca. E credo che sia una prerogativa degli artisti - quindi non mia; sia chiaro: non sto parlando di me - intuire meglio il centro delle cose, perché ne sono esclusi. A loro, ecco dunque, agli artisti, darei in mano le redini del mondo - guarda che mi è venuto da pensare dentro a questo crepuscolo. Tipo una missione di pace a Mina, la presidenza del consiglio a Arturo Brachetti. Fate il vostro gioco, direi loro, e dovrebbero essere equilibristi, tenori, amazzoni, suonatori di violino, lettori di tarocchi. Ministri, presidenti, capitani d'industria: quello, io, li farei diventare. A farci guidar dall'estro, dalla temerarietà, non avremmo che da guadagnarci. E questo è quanto, che gli spaghetti sono in tavola.

lunedì 22 aprile 2019

Il lato positivo di un disastro


Lasciata Tuscania e le sue torri di tufo, la strada etrusca viaggia per venti chilometri tra muri d'alberi e campi gobbuti, rare anse per l'inversione di marcia, certi altri paesi incollinati - Vetralla, Nepi, perfino Capranica, se divaghi un po' - e arriva docile a Viterbo, città papista e militare, dove fanno un gelato, due coniugi anziani, di soli tre gusti ma strepitoso. Torroncino, nocciola e vaniglia, l'ultima volta che ci andai - parlo di anni lontani e forse, dio non voglia, sono morti, quegli allegramondo - e li pescavano dentro al secchiello di alluminio, niente vaschette, e sporcavano appena il cono, e per saziarmici dovetti spendere una fortuna. Poi uscii alla sera di Tuscia - al cinema dirimpetto davano Truman show, - però quella volta la vita non mi parve una finzione; tutto, anzi, era come doveva essere: tenero il tempo della giovinezza, bardate di profumi, per il corso, le ragazze, e allegre, e tiepido l'aprile, e placata la mia smania. Smania d'insoddisfazione, dico, quel tipo di sentimento che stona con qualunque progetto, a breve e a lungo termine. Del resto, la scontentezza, quando intorbidisce momenti altrimenti perfetti, è uno sperpero: un weekend da immortali, un viaggio, un nuovo libro - più centrato degli altri - vanno vissuti sgombri di nuvole. Con gli anni ho imparato a tenerla a bada, quella sragionevole amica; così oggi, che dovevo aggiustare una Pasqua rotta peggio dell'uovo fondente e siam partiti, un po' alla ventura un po' per amore, e arrivati esattamente dove era opportuno. Quando si spezza qualcosa, il modo migliore per ripararla è uscire - assieme, si capisce - darsela a gambe, mettere spazio tra sé e il motivo del contendere, per vederlo rimpicciolire, per ridurlo esausto, insignificante. Mettici poi che abbiam mangiato da pascià, e senza aver prenotato - cosa che se capita a Pasquetta vuol dire che sei nato con la camicia. Mettici che ha preso a piovere solo una volta rincasati, come avesse aspettato, come l'avesse tenuta più che poteva, stringendo le gambe, dio, per non farci bagnare. Mettici che la chiesa antica di cui andavamo in cerca - dove han girato Pasolini, e Monicelli, e pure Boldi e Lino Banfi - era chiusa ma non ce n'è importato: a quel punto eravamo sanati.  Ho guidato un poco intorpidito, da lì in avanti, e per questo a velocità di crociera. E ho avuto la conferma che il lato positivo di un disastro è - posso garantirlo - fare il viaggio di ritorno con l'umore al contrario di quando sei partito.