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In libreria con mia figlia

La donna è aristocratica, e pure la sua libreria. Ha i lineamenti nobili di chi per via di un'eredità contesa ha perso una montagna di soldi ma non la dignità. Si è persuasa che vendere libri fosse il sistema meno faticoso per dare continuità al suo lignaggio e ci accoglie, a me e a mia figlia, con il sopracciglio alzato e il sorriso appena percettibile di chi è snob e diffida del prossimo. Io e mia figlia rovistiamo tra i libri da plebei quali siamo, vale a dire con fragoroso rispetto. Ne prendiamo tre o quattro a testa, li sfogliamo, ne annusiamo la carta, valutiamo i caratteri, mia figlia mi chiede Questo lo hai letto? E quest'altro? e poi aggiunge Questo devi assolutamente leggerlo, ce l'ho io, te lo presto. Siamo bambini in un luna park, siamo gli sconfitti di questa cosiddetta società civile, quelli che ancora leggono spudoratamente e per questo con gli altri hanno pochi argomenti di conversazione. Ammonticchiamo i libri su un tavolo, la libraia ci guarda diffidente. ...
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La fortezza

Vorrei che arrivasse quel freddo che c'era quando ero ragazzo. Un freddo spietato, dai colori lividi, che gela le mani, brucia le orecchie, nasconde i sorrisi e le imprecazioni dietro i baveri alzati. Vorrei che tornasse la mia giovinezza ma con tutte le cose accadute in memoria: mia figlia che nasce, mia moglie che muore, e le tentazioni mondane, tutte, quelle a cui ho ceduto e quelle a cui ho rinunciato. Così, in un autunno insolitamente severo, coi miei trent'anni per la seconda volta e i dolori e le felicità già in archivio ma paradossalmente non ancora accaduti, sarei certo che la vita è un luna park tetro e giocoso, come quello di certi romanzi gotici. A quel punto, con indosso una consapevolezza nuova, passerei quell'autunno in collina, dopo aver fatto scorta di vettovaglie: cibo frugale a lunga conservazione, libri, coperte pesanti e film da vedere una seconda volta mentre il vento del nord assedia le finestre, fischiando molesto. Eccola lì, la mia fortezza, la vede...

Rigatteria

Questo vento d'autunno ravviva le cose vecchie, come un mantice la brace, e soffia sui ricordi accendendoli: è per quello che sembrano luci di una festa. Sono lampadine appese sopra i banchi di libri usati, e file di lampioni alla periferia di una città corrotta, una di quelle che ho visto e scordato. I miei vagabondaggi vanno sempre nella stessa direzione: verso il mare settembrino, i ristoranti sulla spiaggia, le sere fresche di collina, coi piedi sulla staccionata e gli occhi alla macchia che imbruna. Tutto il verde s'infittisce, in questa stagione che mangia il chiaro del giorno, e gli animali ci si confondono meglio, lontani dai fucili dei predatori. Da giovane credevo che l'autunno addolcisse mio padre e i suoi sentimenti verso di me, per questo lo preferivo alle altre stagioni, tutte più severe. Da giovane ero anche più portato di adesso a giustificare i difetti delle persone, specie di quelle attorno, tanto che un misfatto compiuto in famiglia mi sembrava più degno ...

Vacanza breve

Ogni volta che Francesco deve andare al mare non sta più nella pelle. Sceglie un appartamento davanti alla spiaggia, riempie la valigia di libri, fa il pieno alla Panda e parte. Viaggia per tre ore e mezza fino alla costa Adriatica infilando gallerie su gallerie, a centinaia, e quando arriva a destinazione è sereno, come se fosse sbarcato sulla Luna. Lì comincia ad acclimatarsi, si acquartiera con le sue cose, i fogli per appuntare idee improvvise, la crema solare, le cuffiette per la musica. L'ultima volta il litorale era fatto di sassi, niente sabbia. Francesco preferisce la spiaggia libera perché può mettersi alla giusta distanza dagli altri. La giusta distanza è un concetto a cui lui tiene molto, è un calcolo che varia a seconda delle circostanze. I padroni di casa lo hanno lusingato, dicendogli di averlo visto un paio di volte in televisione. Lui allora gli ha regalato un suo romanzo che aveva in borsa ma in cambio ha chiesto, sfacciatamente, la scodella del Mulino Bianco che ...

Ti ricordi?

Ogni volta che vengo a trovarti ho paura che mi chiudano dentro. Lo so che d'estate chiude più tardi e che comunque c'è un pulsante per chiamare il guardiano, ma un po' di inquietudine mi prende lo stesso. Ieri c'erano cinque fiori finti, un vasetto con la testa di cherubino, due lacci di scarpe azzurri, una cornicetta con una canzone di De André, una tua foto di quando eri bambina. Faceva un caldo dannato, volevo farti vedere la macchina nuova ma non sapevo come portarla fin là. Ci vuole un permesso, pare. Abbiamo parlato un po', in giro non c'era nessuno. Ti ho chiesto se ti piaccio ancora, con tutti questi capelli grigi, e se pensi che stia facendo del mio meglio in quel ruolo doppio di padre e madre che mi hai assegnato. Hai visto come sono tutti arrabbiati, oggi? - mi hai domandato. Facevo bene - hai detto - a non volermi iscrivere ai social. Il discorso è scivolato allora verso la stupidità umana, verso quella smania che tutti hanno di primeggiare, di affe...

Come il prossimo tuo

Guardo un'altra volta il tempo in cui da ragazzino credevo la mia famiglia la migliore possibile, e ragiono un'altra volta su quanto il mito sia ingannevole. Il fraintendimento del passato, la trappola della memoria, distorcono quello che è stato, abbellendolo oltre ogni ragionevole dubbio. Succede anche con l'epica, certi dicono che Omero si accecò per non vedere il furore degli uomini, la loro violenza bestiale, e senza sguardo poterne inventare la bellezza. Io ho vissuto dentro quella casa, ho guardato a lungo, eppure non ho visto. Vedo ora, con rammarico, tutta la poca nobiltà d'animo della gente da cui discendo, tanto che mi verrebbe di chiederle scusa per essere nato. E per essere eccentrico, se mai loro erano il centro. Io sono stato periferia, e adesso sono un vagabondo dai sentimenti indefiniti, dalla scontentezza irrequieta e dalla furibonda felicità. Talora lo sono, felice, come nessuno dei miei lo è mai stato, per questo scrivo, per farglielo notare, che ho ...

Il suo grande amore

Un uomo dalla vita sobria aspetta il suo grande amore nell'atrio di un cinema. Sono le sei di un pomeriggio d'agosto, fuori ci sono 35 gradi, dentro l'aria condizionata raffresca la gente, ricordandole che stare al mondo non è poi così male. La fila alle casse comincia a farsi consistente; l'uomo, dopo essersi guardato attorno, decide di accodarsi, per non entrare in sala a film cominciato. Ogni tanto si volta, gli occhi vanno oltre le porte a vetri, fino al piazzale affogato dal sole. Il suo grande amore non si vede ancora. Accanto a lui una ragazza completamente calva sembra gestire con disinvoltura quella ferita. Parla con certi suoi amici dell'ultimo film di Aronofsky, dice che gli è piaciuto perché quel tipo ogni volta fa una cosa diversa e lei ama farsi sorprendere. L'uomo dalla vita sobria, a cui son piaciuti assai quasi tutti i film di Aronofsky, vorrebbe entrare nella conversazione ma teme di essere frainteso - è fuori tempo massimo per attaccar bottone...