Vorrei che arrivasse quel freddo che c'era quando ero ragazzo. Un freddo spietato, dai colori lividi, che gela le mani, brucia le orecchie, nasconde i sorrisi e le imprecazioni dietro i baveri alzati. Vorrei che tornasse la mia giovinezza ma con tutte le cose accadute in memoria: mia figlia che nasce, mia moglie che muore, e le tentazioni mondane, tutte, quelle a cui ho ceduto e quelle a cui ho rinunciato. Così, in un autunno insolitamente severo, coi miei trent'anni per la seconda volta e i dolori e le felicità già in archivio ma paradossalmente non ancora accaduti, sarei certo che la vita è un luna park tetro e giocoso, come quello di certi romanzi gotici. A quel punto, con indosso una consapevolezza nuova, passerei quell'autunno in collina, dopo aver fatto scorta di vettovaglie: cibo frugale a lunga conservazione, libri, coperte pesanti e film da vedere una seconda volta mentre il vento del nord assedia le finestre, fischiando molesto. Eccola lì, la mia fortezza, la vede...
Questo vento d'autunno ravviva le cose vecchie, come un mantice la brace, e soffia sui ricordi accendendoli: è per quello che sembrano luci di una festa. Sono lampadine appese sopra i banchi di libri usati, e file di lampioni alla periferia di una città corrotta, una di quelle che ho visto e scordato. I miei vagabondaggi vanno sempre nella stessa direzione: verso il mare settembrino, i ristoranti sulla spiaggia, le sere fresche di collina, coi piedi sulla staccionata e gli occhi alla macchia che imbruna. Tutto il verde s'infittisce, in questa stagione che mangia il chiaro del giorno, e gli animali ci si confondono meglio, lontani dai fucili dei predatori. Da giovane credevo che l'autunno addolcisse mio padre e i suoi sentimenti verso di me, per questo lo preferivo alle altre stagioni, tutte più severe. Da giovane ero anche più portato di adesso a giustificare i difetti delle persone, specie di quelle attorno, tanto che un misfatto compiuto in famiglia mi sembrava più degno ...