Io come scrittore ho fallito, come padre credo di no ma come scrittore ho perso. Per come la vedo io, la vita non è un tutta un disastro oppure tutta un trionfo, non si sta mai da una parte o dall'altra della barricata, ma è fatta di sconfitte più o meno cocenti e di più o meno esaltanti vittorie. Come padre sono stato bravo perché ho fatto con mia figlia il contrario di quello che mio padre ha fatto con me: vicinanza invece di lontananza, canzoni serie invece di sermoni, gesti d'affetto invece di sguardi di ghiaccio. Così facendo le ho incoraggiato un temperamento ironico, cinico e sentimentale, qualità che possono sembrare inconciliabili ma che a mischiarle insieme danno un effetto niente male. Come scrittore invece ho cercato di raccontare gli uomini, per quanto la mia piccola arte me lo ha permesso. Il guaio è che gli uomini non amano essere raccontati e quando pur parli di loro non se ne accorgono, pensando sempre che stai inventando storie assurde, tanto per rimorchiare. ...
Certe sere di maggio il vento leggeva i miei libri, sfogliava dispettoso le pagine, indugiava sui capoversi mentre io, innamorato, aspettavo che sotto il balcone passasse l'amore del mese. Io credo che in quelle sere si diventi immortali e che tutte le stagioni che seguono siano il tentativo di restaurare quello stupore, come si fa coi vecchi film. Mi sa che è lo stupore a mantenerci giovani, a riempirci d'allegria, a scortarci fieri e dissoluti dentro i ricordi, benedetti loro. Ieri, in un paese cui si arriva dopo duemila curve e trecento tornanti ho mangiato un cremino, seduto al tavolo di plastica di un caffè anni Settanta, la lista dei gelati Motta attaccata fuori e il barista con la matita e il taccuino in mano per le ordinazioni. Le ragazze scortavano leggere i loro sogni chiassosi lungo il corso, dov'è c'è il tabernacolo di un'edicola in vendita. Sta così da un mucchio di tempo, non la vuole nessuno, dice il barista mentre mi serve il cremino su un vassoio c...