Chi mi ha insegnato a scrivere? - posto che io sia capace di farlo, naturalmente. Un numero consistente di poeti e se non vi secca vorrei pagare il debito verso uno di loro, uno dei miei padri putativi, perché se n'è andato oggi e il momento del commiato coincide con quello della celebrazione. Francesco Guccini entrò a casa mia una sera del 1976: una radio libera suonò L'avvelenata , mia madre inorridì. Lo capii del tutto qualche anno dopo ma quella volta, pur turbato, intuii che esisteva un altro tipo di linguaggio rispetto a quello a cui ero abituato. Che se ne fregava di ciò che si può e non si può dire, e dei sistemi di comunicazione prefabbricati. Nelle canzoni si poteva parlare di tutto, in qualunque maniera venisse in mente. Le parole di Guccini mi hanno educato più di mio padre perché erano libere, e regalavano a tutti libertà, mi hanno costretto a ragionare, a non scappare dalla scabrosità delle cose, a considerare la realtà un poliedro. A diciassette anni, coi soldi ...
Tutti questi posti un tempo affollati, tutte queste sedie non occupate, tutte queste pareti disadorne, tutti questi libri abbandonati sui ripiani, tutte le liste della spesa già comprata, tutti i piatti da non lavare, tutto questo gran frigorifero senza corrente, tutti questi letti da non rigovernare, tutti gli orsetti vestiti da governante e cento altri trascurabili eventi cui faccio caso solo io, sono la ragione della mia scrittura. Quando ho amato erano ottimi compagni di viaggio, quando ho amato li ho trasformati in oggetti di scena e come tali erano vivi, quando ho amato loro se ne sono accorti, e compiaciuti. Adesso stanno. Posano, si appoggiano, si muovono impercettibilmente, al punto che chiunque tranne io direbbe che sono fermi. Le cose appassiscono se le persone non si vogliono bene, se smettono di innamorarsi, corteggiarsi, flirtare. Quando succede è un peccato, i posti che hanno ospitato le nostre beatitudini inaridiscono, ammuffiscono come le assi di un teatro perennemente...