Ogni volta che vengo a trovarti ho paura che mi chiudano dentro. Lo so che d'estate chiude più tardi e che comunque c'è un pulsante per chiamare il guardiano, ma un po' di inquietudine mi prende lo stesso. Ieri c'erano cinque fiori finti, un vasetto con la testa di cherubino, due lacci di scarpe azzurri, una cornicetta con una canzone di De André, una tua foto di quando eri bambina. Faceva un caldo dannato, volevo farti vedere la macchina nuova ma non sapevo come portarla fin là. Ci vuole un permesso, pare. Abbiamo parlato un po', in giro non c'era nessuno. Ti ho chiesto se ti piaccio ancora, con tutti questi capelli grigi, e se pensi che stia facendo del mio meglio in quel ruolo doppio di padre e madre che mi hai assegnato. Hai visto come sono tutti arrabbiati, oggi? - mi hai domandato. Facevo bene - hai detto - a non volermi iscrivere ai social. Il discorso è scivolato allora verso la stupidità umana, verso quella smania che tutti hanno di primeggiare, di affe...
Guardo un'altra volta il tempo in cui da ragazzino credevo la mia famiglia la migliore possibile, e ragiono un'altra volta su quanto il mito sia ingannevole. Il fraintendimento del passato, la trappola della memoria, distorcono quello che è stato, abbellendolo oltre ogni ragionevole dubbio. Succede anche con l'epica, certi dicono che Omero si accecò per non vedere il furore degli uomini, la loro violenza bestiale, e senza sguardo poterne inventare la bellezza. Io ho vissuto dentro quella casa, ho guardato a lungo, eppure non ho visto. Vedo ora, con rammarico, tutta la poca nobiltà d'animo della gente da cui discendo, tanto che mi verrebbe di chiederle scusa per essere nato. E per essere eccentrico, se mai loro erano il centro. Io sono stato periferia, e adesso sono un vagabondo dai sentimenti indefiniti, dalla scontentezza irrequieta e dalla furibonda felicità. Talora lo sono, felice, come nessuno dei miei lo è mai stato, per questo scrivo, per farglielo notare, che ho ...