Quando sei andata via ero convinto che avrebbero smesso di scrivere canzoni. E avrebbero smesso di girare film, di concepire musei all'aperto, di aprire d'estate gli stabilimenti al mare. Invece già il giorno dopo uscì musica nuova, attaccarono locandine mai viste davanti ai cinema, mi invitarono a una mostra di pittura e gli alberghi dove eravamo stati assieme diedero le nostre camere a villeggianti sconosciuti. Il mondo non si fermò, nemmeno mia madre cambiò le sue abitudini, a ottobre seguì novembre e alla fine dell'anno - con mia grande sorpresa - tornò perfino Natale. Io ero fermo, fatto di malinconia, scambiavo il giorno con la notte, e le cose continuavano ad accadere, impunite. Ci dovrebbe essere un limite allo spettacolo del mondo, quando uno è ferito. Quando uno è ferito il mondo dovrebbe fare un inchino, ringraziare il pubblico e sparire dietro al sipario Eppure, in capo a qualche stagione, mi rimontò dentro una voglia, un desiderio di combattività. Avevo maledet...
Arriva il vento, piove la notte, urla la tempesta. Sbarro le finestre, mi chiudo in casa, sospendo il tempo. Metto sul piatto le mie canzoni. Piccole, fragili inaffondabili imbarcazioni, luci nell'oscurità. Che vele lacere che hanno, eppure hanno solcato con la chiglia rotta tanti mari in tempesta, e mi hanno sempre riportato a casa. Quella loro grazia intoccata fa più effetto dell'acido clavulanico, della fenofexadina, delle benzodiazepine. Peccato che adesso certa musica sia così poco considerata. La rabbia che c'è in giro nasce anche da quella privazione, come togliere alla gente tutto assieme amore sogni e bellezza: diventa infelice, furibonda. Cerco ogni tanto questa emozione da assediato, mi fa tornare in me, ridimensionare la stima talora eccessiva che ho della mia scrittura, ricordare che è soprattutto fatica, rigore, concentrazione e appena uno spolverio sopra, come zucchero a velo sui dolcetti, di talento sincero. Dovrei buttare il cappello in avanti e dove cade, ...