A un certo punto non respiravo più e così uscii alla notte. Ero in debito di ossigeno, la festa s'infittiva di persone moleste e convenevoli, tutte cose che non fanno per me. Che ci facevo lì, in una villa da ricchi su un promontorio di Puglia a picco sul mare? Mi aveva invitato una tipa, tre ore prima, a una presentazione, m'ero lasciato convincere dopo che aveva fatto duemila complimenti al mio libro senza averlo neanche letto. Provavo un senso di riconoscenza, si vede. Solo che a un certo punto ne ebbi abbastanza, scoppiavo. Il fumo passivo, i discorsi vuoti, l'emicrania. Trovai una porta che dava sulla libertà, la varcai. Le stelle splendevano sopra un terrazzo non adatto a chi soffre di vertigini; sotto, Vieste, cara alla dea, snodava i suoi vicoli fitti di passamanerie fino al mare. Da quel punto di vista il mondo sembrava un posto ben abitato, ordinato, in pace. Mi venne lì l'idea di ambientarci un romanzo nuovo, in un incanto del genere, e quella notte concepii ...
Allora, ieri con L'isola greca eravamo a Otricoli, in una piazzetta che è un giardino fiorito, appena dentro le mura castellane, piazza Guglielmo Pepe si chiama, curata, romantica e perfetta per i libri poco di moda ma che resteranno nel tempo, come il mio. Scusate la presunzione. Scusate la presunzione ma se uno dopo che per scrivere ha sacrificato mesi insonni e amori potenziali non ci crede un poco, era meglio fosse andato al cinema, a far la spesa oppure al mare, sulle tracce della felicità passata. Tutta quella impresa invece, e le parole levigate dal vento dell'Egeo, ieri sono tornate in bocca al narratore e complice un altro vento, quello caldo e leggero dei pomeriggi di aprile, son volate fino alle persone lì assiepate, che le hanno inspirate con buona incoscienza, che dio le benedica. Ne è uscito un evento quasi miracoloso, chi ci sperava che lo sarebbe stato? Tra una cosa e l'altra ho ricordato per la centesima volta di non avere padri e madri cui esser debitore p...