"Lei che è uno scrittore, la ascolterebbe una buona storia?" La domanda mi arriva a bruciapelo, mentre sto per andarmene alla fine del ricevimento genitori. Sono quasi le otto di sera, è il 17 novembre del 2014. A rivolgermela, un poco brutalmente, è il padre di una mia allieva del quinto, dopo che gli ho rivelato che la ragazza è in gamba ma potrebbe fare di più. Avrò dato quel giudizio duemila volte, è il massimo del tatto di cui sono capace quando i miei studenti sono degli scansafatiche. Mi sento a pezzi, non vedo l'ora di tornare da mia figlia ma una buona storia è una prospettiva troppo allettante perché io possa tradirla. Ci sediamo sui banchi, lui premette che quella storia ce l'ha dentro da venticinque anni, un groppo in gola che non passa. "Perché si è deciso a tirarla fuori adesso?", gli domando. "Perché mia figlia ha portato a casa un suo romanzo, prof: credo che lei abbia la sensibilità giusta". E allora mi racconta di quando era ragaz...
Io come scrittore ho fallito, come padre credo di no ma come scrittore ho perso. Per come la vedo io, la vita non è un tutta un disastro oppure tutta un trionfo, non si sta mai da una parte o dall'altra della barricata, ma è fatta di sconfitte più o meno cocenti e di più o meno esaltanti vittorie. Come padre sono stato bravo perché ho fatto con mia figlia il contrario di quello che mio padre ha fatto con me: vicinanza invece di lontananza, canzoni serie invece di sermoni, gesti d'affetto invece di sguardi di ghiaccio. Così facendo le ho incoraggiato un temperamento ironico, cinico e sentimentale, qualità che possono sembrare inconciliabili ma che a mischiarle insieme danno un effetto niente male. Come scrittore invece ho cercato di raccontare gli uomini, per quanto la mia piccola arte me lo ha permesso. Il guaio è che gli uomini non amano essere raccontati e quando pur parli di loro non se ne accorgono, pensando sempre che stai inventando storie assurde, tanto per rimorchiare. ...