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Forte

La città vive di brume, fumi densi e catrame. Eppure oggi è dolce camminarla, eppure è allegro. Taglio per via Lungonera, brucio la passerella sul fiume, sbuco davanti al tribunale e lì è già centro, già vedo gente che s'aggruma. Avvocati che fanno l'aperitivo, innamorati che non si decidono a dichiararsi, borseggiatori, donne eleganti che a un tavolino leggono Stendhal, vecchi pieni di bellezza e vecchi pieni di rimpianti: lo capisci da come si muovono, da come dondolano la testa. Sembrano - i rassegnati - certi elefanti tristi dei documentari; e gli altri invece - i combattivi - paiono usciti dai film americani di quando si credeva alla speranza, quelli coi fondali di cartapesta, quelli di Frank Capra. Più in là, dove le vetrine scintillano e il nuovo gestore della libreria del corso è un incallito scorbutico, la cenere delle fabbriche si posa sui motorini in sosta, le scorie entrano nelle narici, l'odore di bruciato, di metallo fuso, è insopprimibile. Mi sta
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La pace armata

  Ieri ero a Cortona, a registrare un programma per la radio sulla mostra di Luca Signorelli al museo diocesano, e a un certo punto mi sono perso. Volontariamente, dico: ho lasciato che i piedi andassero per conto loro, e gli occhi si posassero a volontà sui bazar ricavati negli antri di pietra, colla merce esposta fin per strada, in festosa tentazione di sperpero. Borse di cuoio, stampe della città, portachiavi con l'effige del cinghiale - che qui pare sia una bestiola portafortuna: - avrei comprato di tutto, senza pentirmene. Alle due passate, in trattoria, ho sfogliato il giornale saltando come in quella canzone di Concato le notizie che fanno male, e tutti gli articoli compiacenti con gli uomini di potere. Gli uomini di potere in posti così graziosi non dovrebbero farceli entrare, nemmeno sulla stampa: sono fuori contesto. Il proprietario del ristoro, un signore sui settanta, i capelli bianchi fermati all'indietro con la brillantina, porgendomi un piatto di verdure all'

I nomi

Tra qualche settimana copriranno i campi da tennis con il pallone, per giocarci d'inverno. Da qui a un mese la notte gelerà e mi toccherà parcheggiare sotto le piante, per evitare che il vetro si ghiacci. Se mi volto vedo l'estate che è già passata, con la paura della colonscopia, la costipatissima costiera amalfitana, le temperature feroci, le formiche nella dispensa, la riscoperta di Branduardi, il climatizzatore che funziona solo se per azionarlo mi arrampico su una scala, perché ho perso il telecomando. Appena ieri eravamo a una festa e oggi il prato è deserto, hanno accatastato i tavoli in un cortile, li hanno incatenati e han messo di guardia due cani giganteschi. L'eco dell'allegria, delle mani che battono, dei bicchieri che tintinnano, è ancora là, tenace, sospesa per aria, ma gli invitati no, sono andati via, han tolto gli abiti da cerimonia e han ripreso a lavorare. Tutto questo vortichio di tempo, questo passo dell'oca delle stagioni, mi fa vulnerabile e

Lo stupore

Non si guida con gli occhi chiusi ma io li ho chiusi solo per un momento, perché ho il parasole rotto e la luce sui campi e l'orizzonte era prodigiosa. Tra Tarquinia e Tuscania corrono venticinque chilometri di strada stretta e se li copri alle sei d'un pomeriggio di fine estate il mondo appare nitido come un film in HD, e tutta quella chiarezza acceca. I campi dalle gobbe brulle, le necropoli etrusche che si intuiscono pur dai finestrini, sono come intinti in un bagno d'oro, hanno lo stesso aspetto di tremila anni fa, quando il medesimo sole di oggi, a quest'ora e in questa stagione, già li colpiva di sbieco. Ho rallentato, la via era sgombra, così ho bruciato cento e più metri come fossi in quel romanzo di Saramago: cieco, e irresponsabile. Quando ho riaperto gli occhi tutta quella bellezza si era involgarita, era tornata una cosa ordinaria: temo si sia offesa della mia irriverenza. Ma io, al contrario, l'ho fatto per non saper cantare lo stupore, per non doverne

L'amore che preferisco

Quando scrivo d'amore qualche volta ho il sospetto di scrivere di una cosa che non conosco, e che quindi per me non esiste. Quando scrivo d'amore spesso sono equivocato. Quando scrivo d'amore certi amici ci leggono il loro concetto di amore, non il mio: me ne rammarico, è evidente che non sono riuscito a raccontarlo bene. L'amore vero è eterno , han scritto talora sotto i miei sproloqui, sotto le nostalgie, credendo che io ne abbia provato la vera natura e soprattutto che mi prema sia illimitato. Allora sarà il caso, per i miei quarantasette lettori, che provi a spiegarmi. Non ho mai pianto per amore nel senso comune per cui si piange per amore, né ho mai capito il significato di tutti gli stereotipi sull'amore. Li ho sempre trovati finti, costruiti, ho spesso pensato che incarnassero ciò che i sognatori di sogni inconcreti, i lettori di Nicholas Sparks, sperano l'amore sia, non ciò che è veramente. Dirò qui allora, a lettere di fuoco, che non vivo per infinita

Cirano

  Tra le memorie ostinate, misteriosa più di tutte è quella degli odori. Non ho idea di come funzioni, di quale chimica la scateni, ma so che è dolce e turbatrice. Vive nell'alchermes per la zuppa inglese, negli atri delle caserme, nelle cartolerie muffite, negli alberghi di Cattolica e nei mobili lucidati di trementina - in fondo agli empori dell'usato. È una relazione libera, quella fra i ricordi e il mio naso: si accoppiano quando pare a loro, spesso all'improvviso, e fanno la malinconia. La prima volta me ne persuasi in una bottega di fornaio: avevo finito le elementari, da un anno andavo alle medie. La panetteria stava in coda a via Marcellina, mi ci mandò mia madre a comprare un rinfresco. L'odore di quel posto - farina secca, ferro di teglie, biscotti all'anice, lievito di birra  - mi precipitò indietro, a una stagione recente, quando per andare a scuola passavo là davanti e talora sostavo, aspettando che arrivassero i miei amici, i ritardatari, per correre i

Le nuvole

  Succede mentre faccio la spesa, o l'amore, o mentre dormo. Succede mentre mi rado e poi pulisco il bagno dai peli e dalla schiuma, mentre passo lo straccio, mentre lavoro con la voce, mentre studio, mentre scrivo per diletto, mentre ingurgito otto buste di Isocolan in quattro litri d'acqua, maledicendo la vita. Succede mentre stiro a ferragosto, mentre scarico un disco di Branduardi, e succede perfino la notte, mentre insonne rivedo Caro Diario e l'ultimo episodio somiglia così tanto - così forte che sa di spavento - ai miei acciacchi recenti. Perché esistono due realtà, io credo: quella visibile e quella invisibile. Sono concentrato sulla prima e cerco di fare del mio meglio. Ammetto per esempio che il mestiere di padre è l'unico che mi impegni allo spasimo, l'unico che mi sfianchi, ma è una fatica che poi mi ricambia con soddisfazioni longeve. Del resto a volte preferirei dover gestire una centrale atomica invece di una figlia, ma è una tentazione che dura un at