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L'unica parte di me

Sono tre mattine consecutive che salgo in collina e tutte le volte c'è una rosa nuova davanti al cimitero. La prima mattina era una sola, la seconda erano due, la terza tre. Qualcuno le posa sul muretto che delimita le sepolture a campo dai loculi, o accanto alla pietra miliare, e va via, probabilmente di notte. Ho chiesto in giro, dentro al paese: nessuno ne sa niente, pochi ne sono incuriositi. Duecento metri più in su, ormai sei anni fa, ci aspettavo mia figlia che tornava dalla città, in mezzo alla strada, come un vagabondo. Il telefono non prendeva, a grandi passi misuravo il cemento andando avanti e indietro e mentre faceva scuro pregavo un dio duro d'orecchi che ogni motore delle macchine in arrivo fosse il suo. Qui ho vissuto anni di cristallina felicità, quando la mia vita esplose di persone che avevano smesso di essermi ostili e mi accettavano finalmente per quel che sono: un uomo distratto da mille tentazioni che non riesce a farsi decifrare da nessuno. Mio padre era...
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Laggiù

Dove va questa strada lenta come una cintura dopo pranzo? Dove mi portano queste curve ampie come seni di donne in carne? Laggiù. Laggiù dove c'è una casa fiorita, una riserva di api, una grondaia e sopra la grondaia un nido di rondini, e in mezzo al giardino un pozzo, uno gnomo col cappello rosso e una carrucola. Laggiù io mi fermo, spengo il motore e non ho padri né madri, e non ho amori da corteggiare né libri da scrivere. Una figlia sì, una figlia non la puoi mettere e togliere, una figlia è il sentimento più ostinato. Con lei nell'anima, la mia eccezione al disimpegno, respiro e l'aria scende finalmente ai polmoni, li gonfia, li fa dolere di una fitta puntuta: tutta salute, dicono. Sono venuto da queste parti una dozzina di anni fa, il mio medico di allora aveva un ambulatorio qui, tra le colline pettinate a semina, e io pensai che solo per il fatto di farmi visitare in mezzo a tanta bellezza fossi già risanato. La fame d'aria in effetti si placò e ogni volta che t...

Il mare in campagna

Anche a Itieli c'è il mare, se hai fantasia: oggi ho provato a sentirlo. Non a vederlo, perché l'immaginazione non arriva a tanto, ma mettendomi a favore di vento ho tentato di ascoltarne i sussurri, dal litorale lontano. La radura era al sole, ho calcato il cappello di paglia del debutto teatrale, quello di tre anni fa, ho aperto il Corriere della Sera e le pagine in memoria di Alex Zanardi mi hanno invaso l'anima, per quanto esemplare è stata la sua vita e per come ci ha migliorati la sua ostinazione magnifica a non piangersi addosso. Poi esausto ho chiuso gli occhi un momento, l'erba tagliata di fresco mi volava attorno in circolini dispettosi: edera, denti di leone, tarassaco, biancospino, tutto un turbinio. Ho chiuso in un ripostiglio i pensieri molesti come si ripongono le valigie al ritorno da un lungo viaggio e son rimasto a farmi corteggiare da quelli leggeri, che contemplano la fortuna di vivere in un'epoca che amo accanto a persone fantastiche, al netto d...

La festa

A un certo punto non respiravo più e così uscii alla notte. Ero in debito di ossigeno, la festa s'infittiva di persone moleste e convenevoli, tutte cose che non fanno per me. Che ci facevo lì, in una villa da ricchi su un promontorio di Puglia a picco sul mare? Mi aveva invitato una tipa, tre ore prima, a una presentazione, m'ero lasciato convincere dopo che aveva fatto duemila complimenti al mio libro senza averlo neanche letto. Provavo un senso di riconoscenza, si vede. Solo che a un certo punto ne ebbi abbastanza, scoppiavo. Il fumo passivo, i discorsi vuoti, l'emicrania. Trovai una porta che dava sulla libertà, la varcai. Le stelle splendevano sopra un terrazzo non adatto a chi soffre di vertigini; sotto, Vieste, cara alla dea, snodava i suoi vicoli fitti di passamanerie fino al mare. Da quel punto di vista il mondo sembrava un posto ben abitato, ordinato, in pace. Mi venne lì l'idea di ambientarci un romanzo nuovo, in un incanto del genere, e quella notte concepii ...

L'orfano

Allora, ieri con L'isola greca eravamo a Otricoli, in una piazzetta che è un giardino fiorito, appena dentro le mura castellane, piazza Guglielmo Pepe si chiama, curata, romantica e perfetta per i libri poco di moda ma che resteranno nel tempo, come il mio. Scusate la presunzione. Scusate la presunzione ma se uno dopo che per scrivere ha sacrificato mesi insonni e amori potenziali non ci crede un poco, era meglio fosse andato al cinema, a far la spesa oppure al mare, sulle tracce della felicità passata. Tutta quella impresa invece, e le parole levigate dal vento dell'Egeo, ieri sono tornate in bocca al narratore e complice un altro vento, quello caldo e leggero dei pomeriggi di aprile, son volate fino alle persone lì assiepate, che le hanno inspirate con buona incoscienza, che dio le benedica. Ne è uscito un evento quasi miracoloso, chi ci sperava che lo sarebbe stato? Tra una cosa e l'altra ho ricordato per la centesima volta di non avere padri e madri cui esser debitore p...

L'amore e il tempo

Se ho smesso di volerti bene non vuol dire che non te ne ho mai voluto. Per me confondi l'amore con il tempo. Per il tempo che siamo stati insieme ti ho voluto bene: non dobbiamo per forza credere che se l'amore non è per sempre allora non è amore. Ti ho amato e poi ho smesso. E tu hai amato me, credo, e non hai ancora smesso, o hai smesso e non vuoi ammetterlo. Capita che se due si lasciano, l'amore non finisca in quel momento per entrambi. Oppure sì ma è raro. Quello che voglio dirti, ragazza, è che mi piaceva stare con te, e poi a un certo punto non mi è più piaciuto. Ho cominciato a trovarlo fastidioso. Il concetto di piacere è quanto di più replicabile, se due persone si amano, ma non all'infinito, non trovi? Il sentimento si irrobustisce di euforia, talora, e certe sere avrei voluto che non te ne andassi mai, come quella volta che cenammo sulla spiaggia di Metaponto, davanti allo Jonio luminoso. Un anno dopo, in una circostanza simile, non vedevo l'ora di torn...

Chi ti credi di essere?

Hai poggiato le tue gambe nude sopra le mie spalle e accanto a noi c'era Cesare Pavese. Gli ho detto Maestro, sia testimone che amo questa ragazza, lui ha sorriso e ha risposto D'accordo, non mi capita tanto spesso di fare qualcosa a fin di bene. Prima ero venuto a trovarti in ospedale, parlavi da sola, ho creduto fossi con qualcuno al telefono ma il tuo telefono era morto sopra al comodino. Gli effetti avversi dell'anestesia, mi ha spiegato l'infermiera: hai tolto la cistifellea, hai un piccolo sfrego sulla pancia. In sogno tutte le cose che non possiamo fare da svegli sono contrattempi lievi e allora ti ho convinto a scendere dal letto, ho aspettato che rinsavissi e siamo andati fuori. C'era un giardino fatto a gradoni, ti sei seduta su una panchina e hai alzato le gambe sulle mie spalle. Io stavo seduto su un muricciolo di fronte a te, Pavese si godeva la scena, come un ramarro al sole. Ti ho respirato, ti ho sentito dentro al naso, fino alla gola, e benché fosse...