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Ogni respiro che fai

Io come scrittore ho fallito, come padre credo di no ma come scrittore ho perso. Per come la vedo io, la vita non è un tutta un disastro oppure tutta un trionfo, non si sta mai da una parte o dall'altra della barricata, ma è fatta di sconfitte più o meno cocenti e di più o meno esaltanti vittorie. Come padre sono stato bravo perché ho fatto con mia figlia il contrario di quello che mio padre ha fatto con me: vicinanza invece di lontananza, canzoni serie invece di sermoni, gesti d'affetto invece di sguardi di ghiaccio. Così facendo le ho incoraggiato un temperamento ironico, cinico e sentimentale, qualità che possono sembrare inconciliabili ma che a mischiarle insieme danno un effetto niente male. Come scrittore invece ho cercato di raccontare gli uomini, per quanto la mia piccola arte me lo ha permesso. Il guaio è che gli uomini non amano essere raccontati e quando pur parli di loro non se ne accorgono, pensando sempre che stai inventando storie assurde, tanto per rimorchiare. ...
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Stato di grazia

Certe sere di maggio il vento leggeva i miei libri, sfogliava dispettoso le pagine, indugiava sui capoversi mentre io, innamorato, aspettavo che sotto il balcone passasse l'amore del mese. Io credo che in quelle sere si diventi immortali e che tutte le stagioni che seguono siano il tentativo di restaurare quello stupore, come si fa coi vecchi film. Mi sa che è lo stupore a mantenerci giovani, a riempirci d'allegria, a scortarci fieri e dissoluti dentro i ricordi, benedetti loro. Ieri, in un paese cui si arriva dopo duemila curve e trecento tornanti ho mangiato un cremino, seduto al tavolo di plastica di un caffè anni Settanta, la lista dei gelati Motta attaccata fuori e il barista con la matita e il taccuino in mano per le ordinazioni. Le ragazze scortavano leggere i loro sogni chiassosi lungo il corso, dov'è c'è il tabernacolo di un'edicola in vendita. Sta così da un mucchio di tempo, non la vuole nessuno, dice il barista mentre mi serve il cremino su un vassoio c...

L'unica parte di me

Sono tre mattine consecutive che salgo in collina e tutte le volte c'è una rosa nuova davanti al cimitero. La prima mattina era una sola, la seconda erano due, la terza tre. Qualcuno le posa sul muretto che delimita le sepolture a campo dai loculi, o accanto alla pietra miliare, e va via, probabilmente di notte. Ho chiesto in giro, dentro al paese: nessuno ne sa niente, pochi ne sono incuriositi. Duecento metri più in su, ormai sei anni fa, ci aspettavo mia figlia che tornava dalla città, in mezzo alla strada, come un vagabondo. Il telefono non prendeva, a grandi passi misuravo il cemento andando avanti e indietro e mentre faceva scuro pregavo un dio duro d'orecchi che ogni motore delle macchine in arrivo fosse il suo. Qui ho vissuto anni di cristallina felicità, quando la mia vita esplose di persone che avevano smesso di essermi ostili e mi accettavano finalmente per quel che sono: un uomo distratto da mille tentazioni che non riesce a farsi decifrare da nessuno. Mio padre era...

Laggiù

Dove va questa strada lenta come una cintura dopo pranzo? Dove mi portano queste curve ampie come seni di donne in carne? Laggiù. Laggiù dove c'è una casa fiorita, una riserva di api, una grondaia e sopra la grondaia un nido di rondini, e in mezzo al giardino un pozzo, uno gnomo col cappello rosso e una carrucola. Laggiù io mi fermo, spengo il motore e non ho padri né madri, e non ho amori da corteggiare né libri da scrivere. Una figlia sì, una figlia non la puoi mettere e togliere, una figlia è il sentimento più ostinato. Con lei nell'anima, la mia eccezione al disimpegno, respiro e l'aria scende finalmente ai polmoni, li gonfia, li fa dolere di una fitta puntuta: tutta salute, dicono. Sono venuto da queste parti una dozzina di anni fa, il mio medico di allora aveva un ambulatorio qui, tra le colline pettinate a semina, e io pensai che solo per il fatto di farmi visitare in mezzo a tanta bellezza fossi già risanato. La fame d'aria in effetti si placò e ogni volta che t...

Il mare in campagna

Anche a Itieli c'è il mare, se hai fantasia: oggi ho provato a sentirlo. Non a vederlo, perché l'immaginazione non arriva a tanto, ma mettendomi a favore di vento ho tentato di ascoltarne i sussurri, dal litorale lontano. La radura era al sole, ho calcato il cappello di paglia del debutto teatrale, quello di tre anni fa, ho aperto il Corriere della Sera e le pagine in memoria di Alex Zanardi mi hanno invaso l'anima, per quanto esemplare è stata la sua vita e per come ci ha migliorati la sua ostinazione magnifica a non piangersi addosso. Poi esausto ho chiuso gli occhi un momento, l'erba tagliata di fresco mi volava attorno in circolini dispettosi: edera, denti di leone, tarassaco, biancospino, tutto un turbinio. Ho chiuso in un ripostiglio i pensieri molesti come si ripongono le valigie al ritorno da un lungo viaggio e son rimasto a farmi corteggiare da quelli leggeri, che contemplano la fortuna di vivere in un'epoca che amo accanto a persone fantastiche, al netto d...

La festa

A un certo punto non respiravo più e così uscii alla notte. Ero in debito di ossigeno, la festa s'infittiva di persone moleste e convenevoli, tutte cose che non fanno per me. Che ci facevo lì, in una villa da ricchi su un promontorio di Puglia a picco sul mare? Mi aveva invitato una tipa, tre ore prima, a una presentazione, m'ero lasciato convincere dopo che aveva fatto duemila complimenti al mio libro senza averlo neanche letto. Provavo un senso di riconoscenza, si vede. Solo che a un certo punto ne ebbi abbastanza, scoppiavo. Il fumo passivo, i discorsi vuoti, l'emicrania. Trovai una porta che dava sulla libertà, la varcai. Le stelle splendevano sopra un terrazzo non adatto a chi soffre di vertigini; sotto, Vieste, cara alla dea, snodava i suoi vicoli fitti di passamanerie fino al mare. Da quel punto di vista il mondo sembrava un posto ben abitato, ordinato, in pace. Mi venne lì l'idea di ambientarci un romanzo nuovo, in un incanto del genere, e quella notte concepii ...

L'orfano

Allora, ieri con L'isola greca eravamo a Otricoli, in una piazzetta che è un giardino fiorito, appena dentro le mura castellane, piazza Guglielmo Pepe si chiama, curata, romantica e perfetta per i libri poco di moda ma che resteranno nel tempo, come il mio. Scusate la presunzione. Scusate la presunzione ma se uno dopo che per scrivere ha sacrificato mesi insonni e amori potenziali non ci crede un poco, era meglio fosse andato al cinema, a far la spesa oppure al mare, sulle tracce della felicità passata. Tutta quella impresa invece, e le parole levigate dal vento dell'Egeo, ieri sono tornate in bocca al narratore e complice un altro vento, quello caldo e leggero dei pomeriggi di aprile, son volate fino alle persone lì assiepate, che le hanno inspirate con buona incoscienza, che dio le benedica. Ne è uscito un evento quasi miracoloso, chi ci sperava che lo sarebbe stato? Tra una cosa e l'altra ho ricordato per la centesima volta di non avere padri e madri cui esser debitore p...