Passa ai contenuti principali

Post

Post in evidenza

Il bene che ci vogliamo

Per andare a comprare le verdure passo sotto la casa dei nonni materni, oggi un casermone disabitato con le persiane chiuse. Là davanti rallento sempre il passo, torno indietro di cinquant'anni, quando tutti erano vivi e tutto il bene era intatto. Gioco un po' con la memoria e alla fine, intenerito, vado a prendere le zucchine e la rucola. Oggi ho fatto lo stesso ma un pensiero laterale ha insistito per infilarmisi in testa. Bisticciava, quel pensiero, proprio con il concetto di bene, lo complicava, lo ingarbugliava come un gomitolo. Per tutta la vita ho creduto che il bene fosse di un tipo soltanto, e che al massimo esistessero delle gradazioni, delle categorie, cosicché c'è chi te ne vuole un po' di più e chi un po' di meno. Oggi temo di aver intuito in realtà che il bene è come le persone: ce ne sono di tanti caratteri differenti. Mio nonno per esempio, Gino, mi dimostrava un bene burbero, sbrigativo, poche parole e molti piccoli sacrifici per accontentarmi. Mio ...
Post recenti

Nastenka e il sognatore

Vorrei fare un esperimento, vorrei portare Fedor Dostoevskij a uno di quei club letterari dove volenterose lettrici di romanzi medi commentano entusiaste il libro del mese e vedere l'effetto che fa. Mettiamo che sia Le notti bianche, niente di troppo impegnativo: mica posso presentarmi con Delitto e castigo, quelle menti semplici potrebbero collassare. Lo lascerei con noncuranza sopra un tavolo in ombra, in un angolo della stanza, poi mi metterei ad ascoltare, rapito, gli strabilianti aggettivi spesi per un titolo qualunque della Gamberale: eccezionale, grandioso, fantastico, meraviglioso. Le volonterose, entusiaste lettrici di romanzi medi non brillano per originalità attributive. Mentre siamo lì, il romanzo del tenero sognatore senza nome e di Nastenka comincerebbe a vibrare come un cellulare. La copertina si accenderebbe e quella fortunata ragazza che sta dentro alla storia - fortunata perché amata da due uomini di carattere opposto - uscirebbe fuori dalle pagine e non vista si ...

Il suo odore

"Lei che è uno scrittore, la ascolterebbe una buona storia?" La domanda mi arriva a bruciapelo, mentre sto per andarmene alla fine del ricevimento genitori. Sono quasi le otto di sera, è il 17 novembre del 2014. A rivolgermela, un poco brutalmente, è il padre di una mia allieva del quinto, dopo che gli ho rivelato che la ragazza è in gamba ma potrebbe fare di più. Avrò dato quel giudizio duemila volte, è il massimo del tatto di cui sono capace quando i miei studenti sono degli scansafatiche. Mi sento a pezzi, non vedo l'ora di tornare da mia figlia ma una buona storia è una prospettiva troppo allettante perché io possa tradirla. Ci sediamo sui banchi, lui premette che quella storia ce l'ha dentro da venticinque anni, un groppo in gola che non passa. "Perché si è deciso a tirarla fuori adesso?", gli domando. "Perché mia figlia ha portato a casa un suo romanzo, prof: credo che lei abbia la sensibilità giusta". E allora mi racconta di quando era ragaz...

Ogni respiro che fai

Io come scrittore ho fallito, come padre credo di no ma come scrittore ho perso. Per come la vedo io, la vita non è un tutta un disastro oppure tutta un trionfo, non si sta mai da una parte o dall'altra della barricata, ma è fatta di sconfitte più o meno cocenti e di più o meno esaltanti vittorie. Come padre sono stato bravo perché ho fatto con mia figlia il contrario di quello che mio padre ha fatto con me: vicinanza invece di lontananza, canzoni serie invece di sermoni, gesti d'affetto invece di sguardi di ghiaccio. Così facendo le ho incoraggiato un temperamento ironico, cinico e sentimentale, qualità che possono sembrare inconciliabili ma che a mischiarle insieme danno un effetto niente male. Come scrittore invece ho cercato di raccontare gli uomini, per quanto la mia piccola arte me lo ha permesso. Il guaio è che gli uomini non amano essere raccontati e quando pur parli di loro non se ne accorgono, pensando sempre che stai inventando storie assurde, tanto per rimorchiare. ...

Stato di grazia

Certe sere di maggio il vento leggeva i miei libri, sfogliava dispettoso le pagine, indugiava sui capoversi mentre io, innamorato, aspettavo che sotto il balcone passasse l'amore del mese. Io credo che in quelle sere si diventi immortali e che tutte le stagioni che seguono siano il tentativo di restaurare quello stupore, come si fa coi vecchi film. Mi sa che è lo stupore a mantenerci giovani, a riempirci d'allegria, a scortarci fieri e dissoluti dentro i ricordi, benedetti loro. Ieri, in un paese cui si arriva dopo duemila curve e trecento tornanti ho mangiato un cremino, seduto al tavolo di plastica di un caffè anni Settanta, la lista dei gelati Motta attaccata fuori e il barista con la matita e il taccuino in mano per le ordinazioni. Le ragazze scortavano leggere i loro sogni chiassosi lungo il corso, dov'è c'è il tabernacolo di un'edicola in vendita. Sta così da un mucchio di tempo, non la vuole nessuno, dice il barista mentre mi serve il cremino su un vassoio c...

L'unica parte di me

Sono tre mattine consecutive che salgo in collina e tutte le volte c'è una rosa nuova davanti al cimitero. La prima mattina era una sola, la seconda erano due, la terza tre. Qualcuno le posa sul muretto che delimita le sepolture a campo dai loculi, o accanto alla pietra miliare, e va via, probabilmente di notte. Ho chiesto in giro, dentro al paese: nessuno ne sa niente, pochi ne sono incuriositi. Duecento metri più in su, ormai sei anni fa, ci aspettavo mia figlia che tornava dalla città, in mezzo alla strada, come un vagabondo. Il telefono non prendeva, a grandi passi misuravo il cemento andando avanti e indietro e mentre faceva scuro pregavo un dio duro d'orecchi che ogni motore delle macchine in arrivo fosse il suo. Qui ho vissuto anni di cristallina felicità, quando la mia vita esplose di persone che avevano smesso di essermi ostili e mi accettavano finalmente per quel che sono: un uomo distratto da mille tentazioni che non riesce a farsi decifrare da nessuno. Mio padre era...

Laggiù

Dove va questa strada lenta come una cintura dopo pranzo? Dove mi portano queste curve ampie come seni di donne in carne? Laggiù. Laggiù dove c'è una casa fiorita, una riserva di api, una grondaia e sopra la grondaia un nido di rondini, e in mezzo al giardino un pozzo, uno gnomo col cappello rosso e una carrucola. Laggiù io mi fermo, spengo il motore e non ho padri né madri, e non ho amori da corteggiare né libri da scrivere. Una figlia sì, una figlia non la puoi mettere e togliere, una figlia è il sentimento più ostinato. Con lei nell'anima, la mia eccezione al disimpegno, respiro e l'aria scende finalmente ai polmoni, li gonfia, li fa dolere di una fitta puntuta: tutta salute, dicono. Sono venuto da queste parti una dozzina di anni fa, il mio medico di allora aveva un ambulatorio qui, tra le colline pettinate a semina, e io pensai che solo per il fatto di farmi visitare in mezzo a tanta bellezza fossi già risanato. La fame d'aria in effetti si placò e ogni volta che t...