Il tempo dei ricordi narrati è l'imperfetto, magnifico espediente che fa riaccadere adesso le cose di mille anni fa, te le proietta davanti come un film che ogni volta ricomincia, e sorprende, perfino: con i particolari cambiati, le inquadrature inedite, e nuove scene che tornano, e che per un po' avevi dimenticato. Tutta la mia scrittura è allo stesso modo imperfetta, perché coglie un bagliore e mai la luce piena, dieci parole dentro alla conversazione di un giorno intero, un gesto scocciato di Gino in mezzo a una stanza adesso chiusa, ferma, vuota. Si sposano alla perfezione, l'imperfetto e la mia imperfezione - si completano, paradossalmente. Quando io racconto fatemi allora il favore di percepire i dettagli omessi, le voci sovrapposte, il sapore delle pietanze, il prima e il dopo di quel che accade nella mia povera prosa, e il durante - i fotogrammi tagliati. Solo così potrete avere un quadro abbastanza illuminato. Questo fa chi scrive - santo cielo: accende candele nelle grotte, e tocca a chi legge aumentare quella fiamma. Proviamo? Proviamo. Eccola, la cucina di Narni, ecco il campo di battaglia pronto, a novembre, per l'inverno che arriva. C'era questa ansia antica di dover sfamare tutti - retaggio lungo della guerra, chissà, e di metter da parte conserve e calorie per i mesi dai giorni corti e cattivi. Ancora Gino, che si occupava dei rifornimenti, e arrivava carico di buste piene di nocciole, tocchi di cioccolata dura, farina, zucchero, uova, panetti di burro, e poggiava tutto sul tavolo, spalancato come per un pranzo con dieci parenti. Ancora, Mara, Gina, Bruna e Rita, che iniziavano il rito come streghe di magia bianca, stabilendo - per contentare tutti - a chi piaceva cosa e a chi no, chi voleva il torcolo con l'uvetta e chi senza, e occupando di vassoi tutti i piani intorno. Io - piccoletto - arrivavo sul tavolo col naso, e una volta Mara per gioco me lo inzuccherò; e il giorno che provai a ficcare le mani nel cratere di farina Rita mi costrinse a lavarle tre volte, per punizione, e qualcuna delle maghe disse Adesso sarà più saporito. Si riferiva allo strudel - che già allora pensavo fosse dimostrazione lampante dell'esistenza di dio - e alle mie dita sporche di soldatini che ci avevano pasticciato. La mia povera memoria è questa: un rimpianto perenne che stempero con la speranza - come Bruna liquefaceva la crema d'uovo coll'anisetta, per darle carattere - di rivederli tutti, un giorno. Magari non sono mai andati via, magari son talmente smagriti, e hanno smesso di mangiare, e per quello non li vedo; ma sono qua, nei paraggi. Li avverto da una finestra che sbatte senza vento, da una voce senza corpo che fa il mio nome, da una luce accesa al pianterreno che giuravo di aver spento. Siamo come i giri di quello strudel, tutti ancora vicini però divisi, e non riusciamo più a incontrarci, per le stanze. Ma magari è solo questione di tempo.
Valerio, avevi ragione, dovevo lasciar andare. Ti ricordi che ne parlavamo? Io trattenevo, aggiustavo, incollavo. Tu dicevi "Sei stato bene con quella ragazza? Basta, non cercarla, non chiamarla". Oppure "Ti manca tuo padre, ne hai nostalgia? No, non darle retta, via, è finita". Dicevi che dovevo conservare la memoria ma senza ogni volta inseguire il passato: io ho sempre pensato che le due cose fossero inseparabili, mi hai aperto gli occhi. Così faccio con le case che ho abitato: non le guardo più le fotografie, che si secchino pure dentro gli armadi. Lasciar correre, lasciare indietro. Un suggerimento sensato, così facendo uno mette a posto il disordine delle stanze, ma si vive meglio in un ambiente in cui tutto è dove deve stare? A questa obiezione facevi spallucce, una finta di corpo - come quando giocavi mezz'ala e io al centro dell'area aspettavo il tuo cross per segnare - e uscivi dal bar. Forse pensavi Che testa di cazzo , ma con tenerezza, perché ma...
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