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Il colore della tristezza

Io scrivo più di quanto parli, e questo tante volte è un problema. Se escludo i miei laboratori e le dirette in radio - dove parlo pure troppo, - in genere me ne sto zitto assai, forse per risparmiare parole: sia mai ce ne avessero assegnato un numero finito a testa e una volta esaurito si muore. Per cui vengo frainteso, la laconicità scambiata per misantropia o più sovente per amarezza, il che non è vero: qui lo dico e qui lo affermo. Certo non ho quella predisposizione ad attaccar bottone con tutti che alcuni geneticamente manifestano, come i capelli rossi o le efelidi, e così mi sento apostrofare Ma te sei malinconico ; ed è successo, in altre epoche, che qualche amica mi abbia definito paravento - ma con più esplicitezza - e io ho preso e portato a casa. Mica era vero, manco quello. È che posso scrivere solo nel silenzio, mio e delle cose che ho attorno. Se la televisione parla, io abdico. A proposito di cose nuove da scrivere, mi è capitato di esplorare un fenomeno curioso che ...

La memoria della morte scampata

Certe mattine sconfino nei ricordi come una mosca in una zuccheriera, e come quella mi ci addolcisco, finché non tolgono il coperchio e mi fanno volar via. Sono stufo di raccontarli e allo stesso tempo non so farne a meno, razza di tossico incurabile. Ci ho messo un po' a capire che la memoria è tutto quel che sono, il presente e l'avvenire, e per cui ogni passo che muovo ha senso solo rapportato a lei. Se scrivo, per esempio, mi diverto a rompere la parete tra me e chi legge, lo porto dentro, lo invito sul palco o nel retro di casa, dove c'è un giardino d'erba e tavolini di ferro, e da una parte un piccolo rinfresco, con caraffe di frutta nel vino. Così succede nel romanzo nuovo, il terzo, che per la piccola esperienza dei primi due sto curando più nei dettagli: un tantino maniacale, ma mi piace solo così. La memoria c'entra anche in questo, anche se in maniera diversa dagli altri. C'è la memoria della morte scampata, che nei giorni si è mutata in sollievo e qu...

I disarmati

C'è questa malnascosta cospirazione nella mia famiglia allargata che aspira a farmi tagliare i capelli. Che a onor del vero non sono così lunghi - biancastri sì e ingovernabili -  ma niente, loro li vedono esagerati. Per cui mia suocera a mia figlia: Ma che tuo padre vuole fare il ragazzino? e io a protestare che no, non voglio, non volevo farlo neanche quando lo ero, figuriamoci adesso. Così mi rincresce consigliare a tutto il parentado la buona pratica dei cavoli loro, ma non c'è altro sistema per farli smettere.Che poi mica se la piantano: rallentano, fingono di parlarti d'altro, poi ricominciano la solfa. Io i cavoli miei me li faccio finché con qualche comportamento storto qualche gentiluomo non mi fa un'invasione di campo. Presempio stamattina. Andavo a buttare la differenziata, dieci minuti buoni per dividere la plastica dalla carta, il vetro dall'umido. E invece arriva un tipo bello e svaporato, con la sua ragazza dal labbro orecchinuto, che svuota nel pri...

Dove siete finiti, tutti?

Stanno certe case serrate dietro certe persiane chiuse che costeggio da una vita con la voglia eterna di guardarci dentro, e vedere che stanze acchittate hanno , così come oggi a Narni, che inseguivo le nuvole. Ma in concreto le nuvole che sono? Me lo strachiedo da che il passato ha smesso di essere presente e ha cominciato a trasmutarsi in memoria, come il metallo vile in oro. Ho strapazzato i ricordi in lungo e largo: più vicini, per quanto remoti - preparavo il primo esame d'università e scappavo a san Girolamo col libro di storia della stampa e Dylan Dog, e sdraiato sull'erba indovinate che leggevo? - e remotissimi - giocavamo a tennis alla Valletta le sere di giugno e poi cenavamo insieme all'aperto, con le polo Fred Perry che sembrava ci sponsorizzasse, freschi di doccia. Dove sono finiti, tutti? I morti sono morti, ok, ma ci sarà pure un posto dove alloggiano, mica davvero crederete che si svanisca nel nulla? E magari da una vita - da che sono appunto morti - cerca...

Nostalgia

Quando ho tempo mi prende nostalgia, come s'accordassero per arrivare insieme, l'uno sposa l'altra e io a fare da officiante. Così adesso, che apro libri a caso, li spolvero, riordino, e dentro ci trovo certi petali secchi di quando avevo fidanzate adolescenti, di quando prendemmo il diploma e rincontrarvi ormai - stamattina, Laura, in fila alle poste - è ancora tenero, di quando mia madre mi spostava per Narni e per chiese il venerdì santo a guardare i sepolcri, ma che fossero dispari. Non ho mai capito perché. Oppure mi afferra la mia indole girovaga e invita al viaggio, quello che non conta il posto - purché ci sia il mare -  ma l'albergo, la stanza, la colazione a buffet, la luce che entra in un certo modo dalla porta finestra, e se si vede Bologna come una delle ultime volte, pure se non c'è il mare va bene lo stesso. Io ci vivrei in albergo, me ne innamoro, delle camere anonime, che sono di nessuno e di tutti; m'incapriccio dei cioccolatini sul cusc...

Manifesto

In tema di snuvolamenti, oggi che la primavera viene, docile come un gatto domestico, avrei un paio di considerazioni minute da fare. La prima, che in ordine di tempo è la seconda perché m'ha corteggiato ieri sera, dunque appena nata, s'imparenta con due scene - diciamo così - simmetriche de Il ponte delle spie , il film di Spielberg sulla Guerra Fredda. Primo snuvolamento, allora: a un certo punto, a metà film, si vedono ragazzi che tentano di scavalcare il muro di Berlino, appena costruito. Vengono falciati senza pietà dalle mitragliatrici. Alla fine della storia, quando Tom Hanks torna a casa dopo aver gestito con successo uno scambio di ostaggi tra russi e americani, osserva dai vetri della metro altri ragazzi che in un cortile di Brooklyn saltano per gioco un muro, e scappano festosi tra i vicoli. A parte che Spielberg non mi è mai - mai - indifferente, e che il film dura due ore e mezza e non te ne accorgi, a parte la maestria di un genio, questa cosa di...

Wow!

Ecco la primavera, ragazza che si fa desiderare e manda in avanscoperta temporali: fino a ieri l'altro era così. Poi oggi che aspettavo Susanna in macchina - le ruote storte sopra la radice di un albero che ha gonfiato l'asfalto -  ho avuto caldo, messo gli Stadio e tolto la giacca. Il primo tepore di stagione è uguale a quando da ragazzini a Narni scoprivamo che Bilbao aveva fatto il gelato - una speranza, cioé -   perché lo faceva solo nei mesi belli e dunque se decideva di metterci mano, lui che era meteoropatico, sul sole ci potevi contare. A finestrini aperti, a un certo punto, una scorreggia di vento ha fatto fremere sul cruscotto le pagine di Ragazzo da parete , come un'educanda alla prima oscenità; una donna attraversava la strada e còlta da un soprappensiero si è bloccata a metà - un vecchio amore sovvenuto, un bonifico dimenticato, un saldo da acciuffare - ed era tenera e lunare, come una poesia di Cardarelli. Non si è accorta di me ma io sì di lei e sono corso a ...