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Il colore della tristezza

Io scrivo più di quanto parli, e questo tante volte è un problema. Se escludo i miei laboratori e le dirette in radio - dove parlo pure troppo, - in genere me ne sto zitto assai, forse per risparmiare parole: sia mai ce ne avessero assegnato un numero finito a testa e una volta esaurito si muore. Per cui vengo frainteso, la laconicità scambiata per misantropia o più sovente per amarezza, il che non è vero: qui lo dico e qui lo affermo. Certo non ho quella predisposizione ad attaccar bottone con tutti che alcuni geneticamente manifestano, come i capelli rossi o le efelidi, e così mi sento apostrofare Ma te sei malinconico; ed è successo, in altre epoche, che qualche amica mi abbia definito paravento - ma con più esplicitezza - e io ho preso e portato a casa. Mica era vero, manco quello. È che posso scrivere solo nel silenzio, mio e delle cose che ho attorno. Se la televisione parla, io abdico. A proposito di cose nuove da scrivere, mi è capitato di esplorare un fenomeno curioso che adesso vi dico. Ho scoperto - e non lo sapevo - che esiste una specie di sindrome: la paura di morire nello stesso giorno del proprio compleanno. Pare che sia una cosa più frequente di quanto si pensi e pare che questa paura - strano a credersi - influenzi la realtà. Su duemila casi osservati in America, cioé su duemila persone che realmente temevano di morire nello stesso giorno in cui erano nate, ben il 14% ha effettivamente seguito questo destino. Allora ci ho pensato un paio di settimane e alla fine ci ho costruito una storia sopra. Ma siccome mi piace complicarmi la vita, l'ho innestata dentro un'altra, a lei lontana e vicina allo stesso tempo. Se ricordate la tragedia di Vermicino, 1981, è di quella che sto parlando. E così, scrivendolo, ho visto netto il colore della tristezza, per la prima volta. Che è un blu che non assomiglia a nessun altro, è il blu del suonatore di armonica nei drugstore del Mississippi, il blu del cielo quando chi ami smodatamente va via, il blu sulla schiena di una donna grassa, un vestito orrendo, all'uscita dall'ultimo mio giorno di scuola. Esistono - per fortuna dei narratori -  condizioni così strazianti che non puoi fare a meno di scriverle. Sono autopsie: tu arrivi col bisturi e rovisti nello stomaco, e scopri la causa della morte, che coincide col fottuto motivo per cui, invasato, perdi tempo a incastrare parole invece di andare a spasso. Bella roba. Anziché vivere superficiale sul pelo dell'acqua, stai lì a soppesare ali d'insetto. Scimunito. Così alla fine non ha tutti i torti chi ti dice che sei passabilmente triste: s'è accorto che il colore dell'anima che vesti non ci sta tanto male, sotto a quei capelli brizzolati.








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