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Wow!

Ecco la primavera, ragazza che si fa desiderare e manda in avanscoperta temporali: fino a ieri l'altro era così. Poi oggi che aspettavo Susanna in macchina - le ruote storte sopra la radice di un albero che ha gonfiato l'asfalto -  ho avuto caldo, messo gli Stadio e tolto la giacca. Il primo tepore di stagione è uguale a quando da ragazzini a Narni scoprivamo che Bilbao aveva fatto il gelato - una speranza, cioé -   perché lo faceva solo nei mesi belli e dunque se decideva di metterci mano, lui che era meteoropatico, sul sole ci potevi contare. A finestrini aperti, a un certo punto, una scorreggia di vento ha fatto fremere sul cruscotto le pagine di Ragazzo da parete, come un'educanda alla prima oscenità; una donna attraversava la strada e còlta da un soprappensiero si è bloccata a metà - un vecchio amore sovvenuto, un bonifico dimenticato, un saldo da acciuffare - ed era tenera e lunare, come una poesia di Cardarelli. Non si è accorta di me ma io sì di lei e sono corso a scriverne. Perché non c'è peggio che l'indifferenza, roba sterile che non fruttifica, resta sempre se stessa, secca emozione nemica dei narratori; si racconta invece solo indossandosi l'un l'altro. Per scrivere potente scruto negli estranei una piroetta di me, allora. Condivisione, compassione, gratitudine: ecco le ali del mio triplano. Più facile che l'odio diventi amore, scommetto; più probabile dell'indifferenza che muti. Spèraci, sì: campa cavallo.  La canzone degli Stadio parla di speranza, a proposito; speranza che il passato non sia davvero morto ma aspetti in qualche stanza che non conosciamo e ci faccia all'improvviso colla risata bambina. Si chiama Rimini, ascoltatela, è qua sotto, dove metto le cose belle più di me, come il dolce a fine pasto. Del mare parlerò un'altra volta - e di adolescenza, e tormento d'amore acerbo - dopo che l'ho fatto millemila ore, in passato, perché il post è quasi finito e altro ho in animo prima di chiudere. Ha ancora a che fare con la speranza. Pensavo oggi, mentre compravamo le gocce per la pizza di Pasqua, in drogheria: chissà chi l'ha inventata, quella parola. Non la sensazione: la parola proprio. Lei, esatta, geometrica: speranza. Deve esserci stato un tempo in cui cullavano questo sentimento ma non sapevano come dirlo, e ci giravano intorno, lo lambivano, andavano per esclusione. Era un istinto anche allora muto e onesto, avevi difficoltà a pronunciarlo ma sapevi che t'era fedele. Eppure non aveva battesimo. Finché un mago, un attore girovago, un innamorato, avrà incollato quelle tre sillabe e tutti da allora han fatto Wow! E tutti hanno detto che andava bene, benissimo, che di meglio non si poteva trovare, che la speranza meglio di speranza non si poteva chiamare. E avranno riso, mentre lo dicevano, in ogni angolo del mondo. E tutti ci abbiamo costruito illusioni e sognetti a pacchi, e sogni più robusti, su quella sensazione nata parola, e ancora ne impalchiamo, appena l'avvenire cui stiamo alle calcagna si sfosca e sgrigia, e poi colora di pastelli HD.



Stadio: Rimini
https://www.youtube.com/watch?v=yOXxTr_9qgo





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