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Un viaggio dentro altri viaggi

Non c'è cosa più utile delle parole, utili di un'utilità che è bellezza e fatica, perché a usare quelle giuste è festa ma la scelta è complicata. Senza il culto che ho delle parole non avrei detto e scritto Ti amo mettendoci prima e dopo altre migliaia di vocali e consonanti a chi ho riconosciuto parte di me, a chi confonde, per quanto sono uguali, la sua anima con la mia. Così quando incontro qualcuno che sa usare le parole non come gusci vuoti ma per il suono che fanno - ognuna differente e sa metterle al posto giusto che è uno, uno solo e nessun altro - mi cresce il buonumore. Ho letto e apprezzato Se chiudo gli occhi , romanzo di Simona Sparaco, e poi ho conosciuto e presentato lei al pubblico della Bct, ieri mattina. Una cosa bella, per come è venuta. Un modo per parlare di narrativa senza pedanteria, alla mano, tra amici, con tutti quelli che c'erano. Simona ha una scrittura morbida ed esatta, suggerisce quando deve suggerire, racconta dispiegando la storia quando è ...

Maschere, recite e camuffamenti

Trovo nella pagina bianca di Verdi colline d'Africa - scritti a penna - il mio nome e una data: 1980. Avevo tredici anni e siglavo i miei libri per quando sarei stato grande, cioé adesso. Non credevo il tempo sarebbe passato tanto rapinoso, da fermo che sembrava all'epoca. Ma già allora lo scrivevo un po' dappertutto, per dirmi Io ci sono e sperarmi adulto, a riavvolgermi negli anni d'infanzia, a dire Io c'ero . Mi sono camuffato, così, e - pur inseguendolo -  ho temuto il ricordo, pratica di sofferenza che se ci fosse una compressa che l'annienti la prenderei. Pesca in acque inesplorate -  in certi abissi dove alloggiano i mostri marini e la luce è tutta buio -  il viaggio che mi cucio addosso, sopra i miei anni felici che credevo orrendi. Mi costringe a pensare al mio nome a inchiostro sopra quella pagina -  immobile placido immortale - mentre nella mia vita accadevano cose . A quell'oncia d'anima che magari c'è rimasta impigliata, lì tra la effe...

A proposito di libertà

Mi hanno insegnato - consegnato - cose che non sempre posso usare come vorrei. Per esempio la libertà. Tutte le persone importanti della mia vita, tutti i libri veri, tutta la musica essenziale, sono concordi a dire che è il bene supremo. Se lo eserciti però certi ti odiano e partono all'attacco: ai pranzi comandati della mia giovinezza ho respinto assalti di chi si definiva progressista solo per via di un tesseramento. La libertà è il più grande equivoco dell'uomo: lui riconosce intoccabile solo la sua, quella degli altri è un torto che gli fai. L'arma dei liberticidi truccati da liberali è la derisione, poi l'insulto. Quindi, in subordine, quando ti difendi, la diffamazione pubblica a mezzo social network, dove ognuno si qualifica per quello che scrive. La libertà di deridere una religione è di conseguenza lecita, come qualunque altra fede umana. Tuttavia mi piacerebbe - ci pensavo ieri - sorridere di una vignetta su - per dire -  Fidel Castro che sodomizza il Che, co...

Ballavamo solo i lenti

Io ricordo. E finché ricordo ho una tenerezza perpetua a cui attingere nei momenti di siccità. I sentimenti s'asciugano se non li pratichi e quando servono te li ritrovi morti. Ma i ricordi sono ondivaghi, arrivano quando gli pare, come parenti molesti che suonano appena hai apparecchiato. Al contrario dei parenti però, ai ricordi vuoi bene; anche a quelli trascurati. Così capita che i giorni del sole freddo di questo principio d'anno mi riportino a trent'anni fa, alle feste di compleanno pomeridiane, da chiudere come un coprifuoco entro le diciannove. Belle quelle che facevamo a primavera, quando la luce aveva un chiarore che non si spegneva subito ma era una specie di lampada che s'affiochi lenta fino a annerirti l'abbraccio con la ragazzina innamorata e impedire gli occhi dei compagni. Si usciva in terrazzo col pretesto di vedere se arrivava suo padre a prenderla, e ci si inteneriva lì come non è stato così spesso dopo, quando crescere ha smarrito di senso molta ...

Mia madre

Certe sere mia madre tornava dalla tabaccheria e io l'aspettavo in finestra. Era bello aspettarla, d'inverno e d'estate. D'inverno perché stare dentro casa a guardar fuori la notte gelata mi dava un'emozione da assediato; d'estate perché la Flaminia era luminosa, la gente vestiva leggera e rideva salutandosi e se mi staccavo per un attimo dalla finestra giocavo a indovinare se quella voce era la sua o no. Leggevo tanto già allora, lei mi portava Tex e La Storia del West . Il dopocena allora prendeva una piega fantastica, solo in quei momenti ho desiderato che la mia vita non finisse mai e che fosse sempre come era. I sentimenti di quella stagione che a viverla sembrò interminabile e che ora è talmente lontana da parermi la vita di un altro mi ricompaiono adesso, come amici che fanno l'improvviso sulla porta di casa, dopo trent'anni di lontananza. Era un'epoca infelice, per lo più, eppure a guardarla ora fortunatissima. C'erano persone che mi am...

Ho messo in circolo il mio amore

Guardo fuori dalla portafinestra, c'è una strada, cani che orinano sulle saracinesche dei garage, un sabato che l'anno alla fine e il freddo fanno inospitale, una donna stupida o cattiva (o tutt'e due) che ogni volta che parcheggia si prende due posti, due vecchi a passeggio che han dimenticato di morire. In piedi dentro il mio ingressoconangolocottura osservo non visto e riepilogo a memoria le cose fatte - non solo accadute, fatte perché ne ho avuto dominio - in questo stupefacente duemilaquattordici. A ogni ripiegamento occorre la sua musica, per cui scelgo Liga e Liga mette in circolo il suo amore, che poi è il mio perché uguale al mio vive di novità, inversioni di marcia, camere d'albergo dove lasciare il cuore, scoperte sbalorditive, come trovare fiori in un campo che credevi solo di ortiche. C'è un premio alla  fine dell'inferno, ma solo se ce la fai a farlo tutto senza prendere scorciatoie, senza stordirti di liquori e ansiolitici. Te, Franceschini, con...

Il destino di uno scrittore

Ieri ho parlato ancora una volta di Mirka, la ragazzina che sono diventato dentro al romanzo, e ho raccontato come non sia stato poi così difficile indossare le sue scarpe, ragionare e parlare come farebbe lei se fosse vera. La quarta persona è entrata in nuove case ed è sempre un'emozione pudica quando succede. Non vorrei mai essere invadente, ho insegnato a Mirka a chiedere permesso; lei - nonostante quel caratteraccio che si ritrova - ha tenuto a freno la lingua e risposto a tutte le domande, perfino quelle bislacche. Le han chiesto se non avesse un amorino. Ha detto - impassibile - che nelle pagine bianche tra un capitolo e l'altro, fuori campo, magari è successo pure. Ma immaginatevelo voi , ha aggiunto. Dal canto mio - parlo del me fuori dal libro, che torna quarantasettenne e uomo - la vita inspiegabile piegata fino a settembre all'irrazionalità del dolore ha trovato il proprio senso in una nuova stagione di bellezza. Se mi stacco dalle cose che incidono il giorno ...