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Aprile, àprile il cuore

Avevo deciso di non andare più: troppa pioggia, troppa malinconia. Qualche volta mi lascio prendere dalla tentazione di non far nulla, dei miei progetti migliori. Pericoloso assai. A casa Susi ha piantato una grana, perché la gita ormai l'aveva messa in conto. Armati dell'essenziale siamo così partiti per il mare. Tra Bomarzo e Viterbo una grandinata furibonda mi ha fatto pensare che dovevamo tornare indietro. Ignorando gli assalti dell'accidia ho tirato dritto. Appena dopo Tuscania altro nubifragio, visibilità ridotta, torrenti d'acqua in mezzo alla carreggiata ma ormai eravamo arrivati. Tarquinia lido è più bella nei ricordi di quanto non lo sia obiettivamente; è un mare facile, dietro casa, un po' abbandonato a se stesso, spiaggia di sabbia scura, qualche baracca fatiscente tra alberghi costosi. Qui  ho sperimentato la felicità, quando io e te piantavamo tutto e per due giorni eravamo irreperibili. Una volta lo racconterò. Parcheggiamo sulle strisce blu: si pa...

Spoleto, o cara

Il tempo di accasare mia figlia dalla zia e sono in viaggio. Viaggio breve, destinazione Spoleto. Viaggio lento e doloroso dentro di me: la prima volta a Spoleto da solo, dopo il 25 ottobre. Una specie di esperimento: andare nei posti che io e te più amavamo per vedere se - in solitaria, come uno che traversi l'oceano su una barca - ne esco vivo. Arrivo all'una, il cielo è invaso da una panna montata di nuvolaglie, decido di sfidare la sorte: lascio l'ombrello in macchina. Spoleto è sempre una meraviglia, una di quelle città dove andrei a vivere. Oggi, che è pasquetta, è camminata da italiani di tutte le parti: riconosco accenti pugliesi, romani, napoletani, veneti. C'è un clima di festa: passano in ordine sparso, sgombre di pensieri, le famiglie coi biberon agganciati ai passeggini e le bimbe in gambelicche ai padri; io - per quel che mi riguarda -  rinnovo mesto la nostra felicità. Che ora sembra un sogno e pure fu tanta e durevole. Davanti al duomo c'è sempre que...

Comunisti veri e comunisti finti

“Non c’è libertà senza uguaglianza, ma l’uguaglianza, spesso, ha ucciso la libertà”. Per riassumere il senso del primo romanzo del cantautore Mario Castelnuovo ( Il badante di Che Guevara - Salerno Editrice) basta forse questa frase. La rivolge il vecchio senatore comunista, ridotto da una paralisi su una sedia a rotelle, al suo badante, un ragazzo venuto dall’est colto e ribelle, cui il vecchio ha dato il nome di Drogo. E proprio come il tenente Drogo del Deserto dei Tartari buzzatiano, egli è il simbolo dell’attesa di un evento che non si costruisce mai: una società giusta, retta da uomini onesti. Romanzo essenziale (poco più di 90 pagine), dalla prosa svelta, cruda e (a lampi improvvisi) poetica, ma dai molteplici significati. Romanzo narrato a due voci alternate: quella del senatore comunista, con una vita da attivista alle spalle e una vecchiaia borghese, che si chiede se il suo impegno sia stato veramente genuino o solo apparente; e quella del ragazzo, che conosce la m...

Musicista a domicilio

Sergio Caputo è un animale di razza, un istrionico talentuoso narratore di sbronze, amori e idiosincrasie di cui mi innamorai da liceale e che mi ha accompagnato con la sua chitarra e l'ironia acida per tutta la giovinezza. Un musicista che non somiglia a nessuno dei colleghi italiani, una bestia rara, il più marziano dei nostri cantautori (lui non ama essere definito così), il più sottile, il più apparentemente disimpegnato e il più profondo. Un genio? Probabilmente sì, capace di sconvolgere il pop italiano con una canzoncina leggera e drammatica sulla condizione di single prima che diventasse di moda esserlo ( Bimba se sapessi , primi anni ottanta) e di proseguire con altre canzoni e album ( Un sabato italiano, Italiani mambo, No smoking, Effetti personali ) di qualità eccelsa e non sempre riconosciuta. Uno che con le parole ci ha sempre fatto quel che ha voluto, incastrando concetti complicati dentro una frase e un giro melodico come neanche il più ispirato De André è riuscito a...

Dago, il magnifico.

A Natale regalate Dago. E anche quando Natale sarà passato, a un compleanno, a un anniversario, una festa di laurea, regalate Dago. Magari tutta la serie, o un singolo numero, per ingolosire gli amici, a colori o in bianco e nero, in formato maxi o normale. Regalate Dago. E prima magari leggetelo. Perché Dago non è solo un fumetto, non permettete a nessuno di dirvi Leggi ancora i giornalini? se vi sorprende a sfogliarlo. Dago è arte. Per i disegni sensazionali di Alberto Salinas (prima) e di Carlos Gomez (poi), la puntigliosità dei dettagli e l'amore per la Storia che trasuda dalle sceneggiature del grande Robin Wood, capace di calarsi nella realtà complessa del XVI° secolo tra eserciti inzaccherati nel fango, battaglie campali, condottieri schizofrenici, galantuomini e assassini, città fiere, intrighi di palazzo, morte, rinascita, speranza, come ci fosse realmente vissuto. E perché Dago è una lezione di vita. Parla di coraggio, onestà, nobiltà d'animo (l'unica nobiltà cui...

Soldini di speranza

"Gli uccelli lo sanno che noi non sappiamo volare o pensano che non ne abbiamo voglia?" è la domanda fondamentale di questo sorprendente film di Silvio Soldini, Il comandante e la cicogna , dove il comandante è  Giuseppe Garibaldi, o meglio la sua statua equestre, che contempla, assieme a quelle di Leonardo da Vinci, Giuseppe Verdi e Leopardi, le miserie morali dell'Italia di oggi e si chiede se non sarebbe stato meglio lasciar perdere tutto e rimanere sudditi dell'Austria. Una triste commedia fantastica, o se preferite una vivace tragedia allegra, quasi un film "alla Pasolini" per il regista di Pane e tulipani , un Uccellacci e uccelllini senza divagazioni cervellotiche, dove fantastico e quotidiano si fondono senza stridere l'uno con l'altro. E dove il padre di due figli (Valerio Mastandrea), rimasto vedovo per un banale incidente in mare, deve fare i conti con le divertenti apparizioni in bikini della moglie morta (una sexi Claudia Gerini) che sn...

La diet coke e il lupo mannaro (racconto)

La fila allo sportello è lunga, può darsi qualcuno finisca per mollare. Sono qui da quaranta minuti, lo sportello deve ancora aprire, ho in mano il mio numerino di carta bianco e arancio che ho arrotolato già mille volte tra le dita. L'ho messo tra le labbra, come una foglia di tabacco. Aspetto invano che qualcuno mi dica di andarla a fumare fuori. Ho controllato i messaggi al cellulare: sono quelli di ieri, nessuno scrive a chi è in coda a uno sportello. Davanti a me due vecchi parlano di prostata, acidi urici, glicemia. Io spero di arrivarci alla loro età per poter discutere dei miei acciacchi con un coetaneo. Apre lo sportello. Una donna incinta passa davanti a tutti. Un tipo segaligno, con un ragazzino incappottato e smunto per mano, dice di avere la precedenza per via del bambino che deve portare a scuola. Sulla destra una signora bassa con un cappello che sembra un serpente acciambellato mi pianta un gomito nelle costole, si mette davanti, domanda con voce acidula: "...