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Comunisti veri e comunisti finti



“Non c’è libertà senza uguaglianza, ma l’uguaglianza, spesso, ha ucciso la libertà”. Per riassumere il senso del primo romanzo del cantautore Mario Castelnuovo (Il badante di Che Guevara - Salerno Editrice) basta forse questa frase. La rivolge il vecchio senatore comunista, ridotto da una paralisi su una sedia a rotelle, al suo badante, un ragazzo venuto dall’est colto e ribelle, cui il vecchio ha dato il nome di Drogo.
E proprio come il tenente Drogo del Deserto dei Tartari buzzatiano, egli è il simbolo dell’attesa di un evento che non si costruisce mai: una società giusta, retta da uomini onesti.
Romanzo essenziale (poco più di 90 pagine), dalla prosa svelta, cruda e (a lampi improvvisi) poetica, ma dai molteplici significati. Romanzo narrato a due voci alternate: quella del senatore comunista, con una vita da attivista alle spalle e una vecchiaia borghese, che si chiede se il suo impegno sia stato veramente genuino o solo apparente; e quella del ragazzo, che conosce la miseria e da questa tenta di fuggire, che vorrebbe domandare al suo datore di lavoro come possa essere comunista qualcuno che non ha mai assaporato la fame e la disperazione.
Ma è anche la storia di un’amicizia costruita, e del rispetto che nasce tra i due personaggi dopo la diffidenza iniziale, il rancore, la paura l’uno dell’altro. Drogo vive il suo comunismo nel modo più etimologicamente corretto: mettendo in comune tutto, convincendo perfino due donne, Daria e Maria, ad amarlo e ad amarsi tra loro. Il vecchio senatore contempla invece attorno a sé il fallimento dei suoi ideali. L’agiatezza, le vacanze esotiche dei figli, la loro indifferenza per la sorte del padre, gli mostrano come intimi i valori borghesi che ha sempre creduto di combattere. Esemplare  la scena in cui Drogo, dopo una lite soffocata, quasi sottovoce, esplode in un gesto di inaudita violenza scaraventando a terra il vecchio, che dalla  carrozzina finisce disteso sul pavimento del bagno. La rabbia di un comunista vero contro i compromessi un comunista (forse) finto.
Il tutto girato, come fosse un film, in una Roma estiva e sonnolenta, quasi una Roma di cartapesta, come le quinte di un palcoscenico. E quando Drogo annuncia al vecchio la volontà di andarsene a lavorare altrove, verso un futuro meno umiliante, il senatore compie la prima vera azione rivoluzionaria della sua vita. Troppo inattesa, significativa, deflagrante, per togliere al lettore, anticipandola qui, il gusto di scoprirla da solo.
Dopo di che il senso della vita, la giustizia, le chiacchiere della politica inconcludente e la maledetta distanza tra i popoli assumono tutt’altri contorni. Un libro col quale la miope, indecente politica italiana di oggi dovrebbe, per il suo bene ma soprattutto per il nostro, fare coscienziosamente i conti.

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