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Lucca: storie dentro altre storie

Ci sono città che quando ci vai ti lasciano indifferente, altre che non vedi l'ora di scappare via. E poi ci sono quelle che ti entrano nel cuore e dove abiteresti se solo la vita, il destino, facessero il loro dovere fino in fondo. Ho sempre amato le città di mare: prima o poi, a dio piacendo, comprerò un monolocale in qualche posto del genere. Lucca non è sul mare, anche se ad annusare la  sua aria con respiro profondo l'odore di  iodio sembra quasi di sentirlo. Ci ho fatto toccata e fuga, a  Lucca, mezzo sabato e un terzo di domenica, per presentare l' Apocalisse in pantofole alla libreria Ubik, in via Fillungo. Ma ho avuto il tempo di assaporarne il fascino delle strade strette e gremite, delle torri vertiginose, il gusto degli strepitosi cornetti al burro nell'unico bar aperto alle sei  di mattina. Sono andato, con rispetto, a trovare Giacomo Puccini a casa sua, stanze sature d'afa  trasformate in museo: un pianoforte, lettere autografe dell'editore Ricord...

Siani chi? Il comico?

Perchè si dimentica troppo facilmente , mi ha scritto come dedica sul suo libro Alessandro Di Virgilio. Una dedica non scontata, non la solita firma tirata via di fretta, ma una frase che ti costringe a pensare. Il libro è un libro a fumetti, graphic novel, si dice oggi. Di Virgilio lo ha sceneggiato e Emilio Lecce disegnato. La storia è la storia drammatica del giornalista Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra il 23 settembre del 1985, a 26 anni. Fortapàsc , il bel film di Marco Risi, ne racconta in modo dettagliato gli ultimi mesi di vita. Nel fumetto la storia è fatta di flashback e piccoli ritratti di vita familiare: la nascita di Giancarlo, la nonna che vuole un bacio in cambio di una caramella e lui che non si piega al "ricatto", la sua macchina verde riconoscibilissima per le strade di Torre Annunziata, lo scetticismo dei caporedattori che scoraggiano il ragazzo dall'intraprendere un mestiere del genere. Lavorava come precario al Mattino di Napoli, Giancarlo, qu...

Un bambino che leggeva (troppi) fumetti

Trent'anni fa ero un bambino che leggeva troppi fumetti. Me lo ripeteva mia madre ma poi me li comprava e a volte li leggeva prima di me. Tex, Zagor, la magnifica Storia del west di Gino D'Antonio, la poesia di Ken Parker. Roba western, fango, sudore e polvere da sparo: era un trip, la miglior roba disegnata che si potesse leggere, con buona pace dei supereroi. Poi venne l'aprile dell'82. Nelle sale stava per uscire I predatori dell'arca perduta e avrebbe di nuovo rivoluzionato il mio senso del cinema, come avevano già fatto, anni prima, Guerre stellari e Lo squalo . L'Italia di Bearzot a luglio avrebbe vinto i mondiali di Spagna, contro tutti i pronostici. A scuola ero innamorato perso di una ragazzina che oggi non riconoscerei, a incontrarla per strada.  Baglioni  e i Pooh vendevano ellepì a palate, dominando l'hit parade coi loro primi dischi live. Dischi in vinile, naturalmente. In sordina, quasi come un esperimento destinato a morire in po...

Palme d'aprile

Questa che sto per raccontavi è una storia successa una domenica delle palme. Quella volta coincideva col primo aprile, il giorno degli scherzi, dei pesci finti appiccicati ai maglioni. Da ragazzi uscivamo di scuola, il primo aprile, e davamo delle gran pacche sulle spalle degli amici tonti per attaccarci qualche trota di carta ben spalmata di colla. Comunque. A parte questo. Vado a prendere mia figlia in chiesa, dopo la messa. La aspetto fuori, in macchina, perché non ho trovato posto e ho parcheggiato davanti a un'altra auto in sosta. Passa qualche minuto, arrivano due signore molto ben vestite, un grosso cespuglio di palme (presumo benedette) in mano. Una delle due addita la mia auto e sibila all'altra: "Guarda questo come c...o ha parcheggiato", l'amica le fa "Adesso gli righiamo la macchina, così impara". Non mi hanno visto, evidentemente. Scendo dall'auto, calmissimo: "Signore - replico - non c'è bisogno di arrivare a tanto, son...

Canzoni sghembe e contromano

Credo che la prima canzone che ho ascoltato in vita mia di Lucio Dalla sia stata L'anno che verrà , avrò avuto otto anni. Mi piacque, anche se non capivo del tutto che volesse dire. Soprattutto non capivo perché i preti avrebbero potuto sposarsi, ma soltanto a una certa età . E mi sembrava divertente pensare a un anno in cui sarebbe stato tre volte Natale . Poi ho preso ad ascoltare Dalla con più attenzione alle Medie. Mi piacevano da matti quelle canzoni sghembe, contromano, che solo lui sapeva scrivere. E quelle frasi cantate a precipizio dentro un filo di note che solo lui ce le poteva infilare. Quanti capelli che hai/non si riesce a contare/Sposta la bottiglia e lasciami guardare/se di tanti capelli ci si può fidare . La ballavo con una ragazzina che mi faceva ammattire, in quarta ginnasio, alle feste scolastiche del sabato pomeriggio. Stringevo più che potevo e lei si scostava, ma non troppo. Andava più sul rock inglese, lei: Robert Palmer, roba così. Mi piaceva John & Mar...

Santo (Piazzese) subito!

Il sapore, gli odori, le mescolanze dei popoli del Mediterraneo. Il noir di luce contro il noir d'ombra e nebbia. Il giallo siciliano, marsigliese, iberico, contro quello scandinavo. Insomma, ho conosciuto e intervistato Santo Piazzese, autore della celebre Trilogia di Palermo edita da Sellerio. Un incontro da memorare, con una persona gentile e notevole scrittore. Perchè poi la conversazione, oggi in Bct davanti a una cinquantina di persone la cui età media era del colore opposto a quello (green) con cui oggi si definisce la new economy, ha finito per prendere tante diverse intersecanti direzioni. Quella del cibo, ad esempio, che da Marsiglia a Palermo, passando per Barcellona e le cantine palestinesi, ha tutte le distonie delle spezie e ispira i sensi dei narratori-gourmet. E arriva fino ai tetri fast food di Stoccolma, accanto a cui, nel freddo lattuginoso e perenne, i serial killer stanno in agguato. E poi ha voluto sapere dell'Apocalisse in pantofole, gli avevano detto che...

Alla rivoluzione in bicicletta

Leggo su Repubblica di oggi una bella iniziativa di alcuni utenti facebook che rivendicano il loro diritto a usare la bici in città senza finire investiti. Le statistiche sono effettivamente preoccupanti: in soldoni quasi un ciclista al giorno viene investito in Italia, con conseguenze spesso gravi. Mi è piaciuto soprattutto l'articolo di Paolo Rumiz a corredo del pezzo. In sostanza, lui dice che coloro che vanno in macchina invidiano a chi va in bici una cosa molto semplice e fondamentale: il tempo. Tempo da spendere come meglio si crede, tempo da impiegare a fermarsi a prendere il giornale senza preoccuparsi del parcheggio, o delle code. Tempo per godersi uno scorcio cittadino di cui i possessori di Suv ignorano l'esistenza. Senza contare il risparmio economico e l'impatto ambientale pari a zero. Se tutti usassimo meglio e di più la bici, faremmo una rivoluzione più importante di qualsiasi rinnovamento tecnologico. Come non essere d'accordo?