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Palme d'aprile



Questa che sto per raccontavi è una storia successa una domenica delle palme. Quella volta coincideva col primo aprile, il giorno degli scherzi, dei pesci finti appiccicati ai maglioni. Da ragazzi uscivamo di scuola, il primo aprile, e davamo delle gran pacche sulle spalle degli amici tonti per attaccarci qualche trota di carta ben spalmata di colla. Comunque. A parte questo.
Vado a prendere mia figlia in chiesa, dopo la messa. La aspetto fuori, in macchina, perché non ho trovato posto e ho parcheggiato davanti a un'altra auto in sosta. Passa qualche minuto, arrivano due signore molto ben vestite, un grosso cespuglio di palme (presumo benedette) in mano. Una delle due addita la mia auto e sibila all'altra: "Guarda questo come c...o ha parcheggiato", l'amica le fa "Adesso gli righiamo la macchina, così impara". Non mi hanno visto, evidentemente. Scendo dall'auto, calmissimo: "Signore - replico - non c'è bisogno di arrivare a tanto, sono qui, mi sposto e vi faccio uscire". Le due dame, forse in affari con un carrozziere, fanno finta di non aver sentito, una però fa una smorfia, salgono in macchina, io faccio retromarcia e loro escono con l'anima candida e il cespuglio di pace lucido e infiocchettato.
Ma si vede che quel giorno era destino, perché poi me ne capita un'altra. Pochi minuti appresso, sotto casa, mia figlia scende dalla macchina, tira su il finestrino ma le rimane impigliato nel vetro un lembo della camicia. Arriva dietro di noi un fuoristrada, un Suv, il carro armato con cui alcuni di noi, i più sensibili alle problematiche ambientali, vanno a comprare il giornale la domenica, nell’edicola a duecento metri da casa. Al volante ancora una signora di una certa età. Io dico a mia figlia di riabbassare il vetro e liberare la camicia. La signora dietro comincia a suonare. Non so se avete mai sentito il clacson di un Suv: è qualcosa di simile alle trombe del giudizio universale. Mi volto, le faccio un cenno per farle capire che c'è un problema, le sorrido. In qualche secondo mia figlia riesce a divincolarsi, chiude la portiera, io parcheggio. Quando la signora sul fuoristrada può finalmente passare, mi rivolge un paio di inviti in luoghi dove non andrei in vacanza, mostra il dito medio, fa rombare il motore e si allontana. Faccio in tempo a notare, dal vetro posteriore del suo bolide, alcune palme argentate messe lì sul sedile, pronte per essere spacciate a familiari e amici.
Non lo so, forse la colpa è del fatto che il calendario quell’anno ci ha fatto uno scherzo: ha mischiato insieme la domenica prima di pasqua e il primo aprile. Forse il genere umano non è pronto a questo tipo di coincidenze, a questi giochi tra sacro e profano, tra fede e carnevalate. Io però, per precauzione, la palmina che ha portato a casa mia figlia l'ho lavata e messa ad asciugare sull'appendiabiti, in terrazzo. Non vorrei che tutta quella bontà di cui è intrisa finisse per farmi diventare un mostro.

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