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Un bambino che leggeva (troppi) fumetti

Trent'anni fa ero un bambino che leggeva troppi fumetti. Me lo ripeteva mia madre ma poi me li comprava e a volte li leggeva prima di me. Tex, Zagor, la magnifica Storia del west di Gino D'Antonio, la poesia di Ken Parker. Roba western, fango, sudore e polvere da sparo: era un trip, la miglior roba disegnata che si potesse leggere, con buona pace dei supereroi. Poi venne l'aprile dell'82. Nelle sale stava per uscire I predatori dell'arca perduta e avrebbe di nuovo rivoluzionato il mio senso del cinema, come avevano già fatto, anni prima, Guerre stellari e Lo squalo. L'Italia di Bearzot a luglio avrebbe vinto i mondiali di Spagna, contro tutti i pronostici. A scuola ero innamorato perso di una ragazzina che oggi non riconoscerei, a incontrarla per strada.  Baglioni  e i Pooh vendevano ellepì a palate, dominando l'hit parade coi loro primi dischi live. Dischi in vinile, naturalmente. In sordina, quasi come un esperimento destinato a morire in pochi mesi, nelle edicole comparve un nuovo fumetto, non western ma contemporaneo: Martin Mystere (Il detective dell'impossibile recitava il sottotitolo in copertina) pieno zeppo di aerei, automobili, televisori, computer. Telefoni cellulari no, non esistevano ancora. Lo comprai convinto che non mi sarebbe piaciuto: niente cavalli, niente indiani, niente deserti infuocati, regolamenti di conti, assalti alla diligenza. Lo sfogliai senza entusiasmo: troppi baloon e dentro ai baloon troppe parole, poca azione, molte spiegazioni e un po' di noia. Parlava di biblioteche dimenticate, antiche civiltà perdute, enigmi archeologici, extraterrestri, complotti di misteriosi uomini vestiti di nero, parapsicologia, poteri esp... Come poteva piacermi una roba così? Ne lessi una parte, trenta pagine, lo misi via, in un ripostiglio. Passò qualche giorno, ripresi a leggere il west. E mi accorsi che non mi bastava più. Quel fumetto messo via continuava a chiamarmi. Recuperai Martin dal rispostiglio, mi ci misi d'impegno, seduto con calma sul letto, isolandomi fino all'ultima pagina. E scoccò la scintilla. Mi divenne simpatico, quel professore un po' pantofolaio e un po' avventuriero, logorroico e dongiovanni, vanitoso e onesto. Mi convinsi che doveva esistere davvero, da qualche parte del mondo. Anzi, in un posto preciso: Washington Mews, New York, casa sua, da dove partivano tutte le sue avventure. Mi ci voleva parecchio tempo a mettere insieme tutti i particolari di storie scritte senza un senso cronologico ma a salti, con continui flashback e tanti personaggi e argomenti fusi insieme. Ma alla fine il gusto di aver dipanato la matassa, di aver capito ogni prima e ogni dopo era appagante. Da allora, ogni volta mi sono fatto trovare sempre puntuale all'appuntamento in edicola. Sono passati trent'anni di storie meravigliose e brutte, memorabili e subito dimenticate. Dal punto di vista personale, trent'anni di studio, soddisfazioni, amore, sofferenza, lutti, preoccupazione, famiglia, lavoro, radio, scrittura. Oggi Martin esce solo ogni due mesi, vende meno di quanto meriterebbe, temo. Ma tiene duro. Del resto lui ormai è uno di famiglia, un vecchio zio che viene a trovarmi sei volte l'anno. Lo accolgo con tutta la cortesia possibile. Lo leggo solo quando so che posso finirlo tutto in una volta. Poi lo ripongo assieme agli altri e mi accorgo che sono ormai 337 gli albi che gravano sulla mia traballante libreria. Ai miei studenti, che si vantano a volte di non aver tempo da perdere a leggere fumetti e si ubriacano di tecnologia, dico, sottovoce: "Non sapete cosa vi siete persi".

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