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Finalmente un romanzo

Una veranda in primavera a Maycomb. Una villetta a schiera davanti al mare della California. Un attico a Manhattan con affaccio sulla quinta strada. Delle tre avventure una almeno me la gusterò, probabilmente dopo la fine dei giorni. E magari due, e magari tutte e tre, perché nei sogni, là dentro, non c'è confine. Se il paradiso fosse una dimensione da cercare invece che un destino imposto, se si potesse votare come si vota per i mentecatti che ci governano, sceglierei di passare l'eternità a spasso per il mondo, ma solo dove da vivo ho orientato crimini e desideri. Sulla veranda di quella città inventata, in un tramonto d'aprile, vedrei passare sulla strada che taglia in due la mia proprietà il calesse di Bob Ewell - siano maledetti tutti quelli della sua razza - e in tribunale potrei giurare che è stato lui, non l'uomo nero, a violentare la ragazza. Quella casa davanti all'oceano invece la aprirei alle feste e a tutti i venti: inviterei Dudley Moore prima che la m...

Buon Natale, artisti

Buon Natale agli artisti che non si fila nessuno, e buon Natale agli artisti che si filano in pochi, purché artisti veri. Quest'anno mi viene così: vedo tanti artisti sacrificati, derisi, che pur conoscono i segreti del mestiere, è un auspicio per loro, che l'anno che viene sia più generoso. A quelli che da soli si definiscono poeti, scrittori - qualche volta l'ho fatto anch'io, pentendomene sempre - auguro l'abilità di saper distinguere la bellezza degli altri, prima della loro. A quelli che credono alla grande bugia che sui gusti non si discute suggerisco un manuale di arte greco-romana. A quelli che han capito che le proporzioni van rispettate, e le simmetrie, e che osservare il canone è necessario anche in una rivoluzione, auguro di non stancarsi di combattere, di riuscire ad affermare un giorno prima della fine del mondo il loro punto di vista, e che sia lunare e disabitato. Si parla da latitudini impossibili, questo fanno gli artisti, si vive solo per comunica...

Racconto di Natale

Se credete che scrivere un racconto di Natale sia semplice, beh, devo deludervi: è l'impresa più difficile del mondo. Devi sempre inventarti qualcosa che superi quelle già esistenti perché altrimenti tutti sono pronti a dirti Questa storia l'hai copiata , oppure Sì non è male ma niente a che vedere con ... e ci piazzano appresso un titolo a caso. Un sacco di gente è suscettibile sull'argomento  Racconti di Natale , anche se non ha mai letto un cavolo e passa tutto il tempo a scrollare sui social. Il caso vuole però che quest'anno una buona storia di Natale io ce l'abbia, me l'ha raccontata anni fa un amico con la raccomandazione di renderla pubblica il primo Natale dopo la sua morte. Se n'è andato il 30 aprile scorso, cancro ai polmoni, e così oggi sto qui a soddisfare la sua volontà. Il protagonista è lui e la vicenda è questa: anni fa abitava in un quartiere diverso da quello dove è invecchiato, faceva la spesa il martedì e il sabato al discount sotto casa...

Figlio dell'inverno

Mi metto a dormire a tarda notte coi miei libri alle pareti e sul letto Babbo natale giustiziato , che mi sembra geniale nella sua brevità, e i racconti di Washington Irving, cupi e festosi, e non posso fare a meno di chiedermi cosa manchi alla felicità. Il picchiettìo della pioggia sul lucernario? Il vento che fischia tra i vicoli? I sogni  che tra poco verranno affollati a viaggiarmi in altre vite impossibili? No, c'è tutto e c'è il sospetto che più di tanto non si possa chiedere, o sperare. Se spengo la luce sopra la testa si accendono le stelle perché tra le nuvole gonfie adesso s'è aperto un varco, come una radura in una macchia fitta. Mi sento in pace, sono quel che volevo essere, ho dei peccati da farmi perdonare e dei vanti di cui non far racconto, per non sembrare vanesio. Nei sogni ritrovo mio padre, mia moglie, talora mi sorridono, altre sono seri, arcigni, sembra mi rimproverino, è probabile che mi mancheranno per sempre. Questa vita di adesso però scoperchia gi...

Hamburger books

Gli italiani non leggono i racconti brevi eppure quanto mi piace scriverli. Pare sia una repulsione tutta nostra: in America, Spagna, nei paesi del nord Europa, in Oriente, in Africa, vanno alla grande e allora è da un po' che medito di trasferirmi all'estero. Il guaio è che sono pigro, non conosco il catalano, il cinese e l'occitano e dunque sto, come da ragazzino a sette e mezzo, sperando che almeno una volta il banco sballi. Conosco editori che se ne lamentano - non del fatto che io voglia restare, ma dei racconti che non vendono. Loro li pubblicherebbero più che volentieri, se solo avessero un pubblico bastevole. Che poi non vi pare una contraddizione questa cosa? Tutte le statistiche - notoriamente poco attendibili in quanto teoriche, senza riscontri oggettivi, del tipo Se te dico che è così te devi da fidà - giurano che in questo nostro strano paese si legge poco. I racconti dovrebbero essere privilegiati, in tal caso. Il problema allora forse è un altro: è che in It...

L'età della pietra

Guardo come sei sfrontata, come nobiliti ancora quella curva, come da quel cantone ti fai beffa degli uomini e li osservi muta. Guarda come resti identica, ogni anno che vola. Ciao pietra, non avertene a male ma fai un po' rabbia. Ti passo davanti ogni giorno, e ogni giorno perdo un centinaio di capelli, e gli occhi perdono allegria, il viso si riga attorno agli occhi, le spalle si curvano d'un altro grado, le gambe stentano dove ieri andavano sicure e tu sei sempre uguale a quando ero ragazzo, a quando era ragazzo mio padre, a quando mio padre non era nato e mio nonno tornava dalla guerra dopo aver lasciato un figlio in Albania. Vorrei essere te, pietra, vorrei avere la tua struttura, il tuo cuore di sasso, l'anima imperturbabile, e aver sentito pronunciare parole come nostalgia, malinconia, rabbia, dolore, solitudine ma non saperne il senso, solo il suono. Ti hanno guardato tutti coloro che ho amato, coloro che ho detestato e a cui ho promesso battaglia, salvo poi trattar...

Svalvolare

Tra i ricordi dimenticati per infinite stagioni e poi riapparsi in barlume come luci di un temporale c'è la domenica d'inverno, quella dei miei undici anni, verso le cinque di pomeriggio. A quell'ora, con l'aria torbida della sera che si mangiava le case, con le facce rosse e i calzoni schizzati di fango, rincasavamo col pallone e gli skate saltando i gradini a tre a tre per via del Monte e incontravamo le donne che dopo aver rigovernato la cucina si riposavano sulla porta di casa, chiacchierando stridule colle vicine da un cantone all'altro. Tra noi c'era chi si fermava a mezza strada - sua madre lo aspettava perché le desse una mano per la cena - e chi tirava lungo, col sudore che gli si freddava addosso e alla notte avrebbe smaniato di febbre. Io calavo sempre inquieto perché non sapevo di che umore avrei trovato mio padre, se mi avrebbe sorriso, carezzato la testa e se avremmo guardato insieme i gol o se invece sarebbe rimasto tutto il tempo in disparte, tor...