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Svalvolare

Tra i ricordi dimenticati per infinite stagioni e poi riapparsi in barlume come luci di un temporale c'è la domenica d'inverno, quella dei miei undici anni, verso le cinque di pomeriggio. A quell'ora, con l'aria torbida della sera che si mangiava le case, con le facce rosse e i calzoni schizzati di fango, rincasavamo col pallone e gli skate saltando i gradini a tre a tre per via del Monte e incontravamo le donne che dopo aver rigovernato la cucina si riposavano sulla porta di casa, chiacchierando stridule colle vicine da un cantone all'altro. Tra noi c'era chi si fermava a mezza strada - sua madre lo aspettava perché le desse una mano per la cena - e chi tirava lungo, col sudore che gli si freddava addosso e alla notte avrebbe smaniato di febbre. Io calavo sempre inquieto perché non sapevo di che umore avrei trovato mio padre, se mi avrebbe sorriso, carezzato la testa e se avremmo guardato insieme i gol o se invece sarebbe rimasto tutto il tempo in disparte, torvo, sotto la luce della lampada a leggere non so cosa. Mi mancava sempre una pagina di geografia da studiare, non riuscivo a farmi entrare in testa i fiumi a delta e quelli a estuario, e una poesia da imparare a memoria, da recitare come un idiota l'indomani davanti alla classe sghignazzante. Però mia madre era felice e voleva le facessi sentire un disco di Demis Roussos, Gastone suonava il piano, Clara guardava il teatro in tv e c'era perciò sempre qualcuno a cui chiedere compagnia, non come adesso, che le stanze sono vuote e i suoni spenti. Non che ne faccia un dramma, la vita va così, prima è folta e poi solitaria, però ogni tanto mi viene da riderne, come per tutte le cose serie. Per cui non vi stupite se passando sotto casa mia mi sentite svalvolare: è tutta memoria che scorre davanti agli occhi. 

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