Una veranda in primavera a Maycomb. Una villetta a schiera davanti al mare della California. Un attico a Manhattan con affaccio sulla quinta strada. Delle tre avventure una almeno me la gusterò, probabilmente dopo la fine dei giorni. E magari due, e magari tutte e tre, perché nei sogni, là dentro, non c'è confine. Se il paradiso fosse una dimensione da cercare invece che un destino imposto, se si potesse votare come si vota per i mentecatti che ci governano, sceglierei di passare l'eternità a spasso per il mondo, ma solo dove da vivo ho orientato crimini e desideri. Sulla veranda di quella città inventata, in un tramonto d'aprile, vedrei passare sulla strada che taglia in due la mia proprietà il calesse di Bob Ewell - siano maledetti tutti quelli della sua razza - e in tribunale potrei giurare che è stato lui, non l'uomo nero, a violentare la ragazza. Quella casa davanti all'oceano invece la aprirei alle feste e a tutti i venti: inviterei Dudley Moore prima che la malattia al cervello gli impedisca di esserci, Peter Blatty e i suoi demoni cornuti, e con loro le ragazze degli anni Settanta, animatrici delle combriccole di uomini sobri. A New York forse ci vivrei d'inverno, con la neve e le mani gelate, gli abeti in saldo sui marciapiedi e Bing Crosby che canta come se l'umanità fosse redenta, e a tutti quanti fosse stata tolta dall'alloggiamento delle batterie la furia che hanno, l'infelicità. Davvero, ci sono troppi posti in giro dove impalcherei una stagione feroce e dove da vivo non andrò tanto facilmente, che me ne faccio del giardino dell'eden? Il premio per non aver mai rubato, mai ammazzato nessuno, mai pronunciato falsa testimonianza e aver tradito solo per necessità io spero sia quello: uno stupore incredulo in case, spiagge, centri commerciali e deserti come quello di Paris, Texas dove la mia vita sarebbe finalmente un romanzo, non solamente una cosa scritta che faticosamente lo sembra.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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