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Figlio dell'inverno

Mi metto a dormire a tarda notte coi miei libri alle pareti e sul letto Babbo natale giustiziato, che mi sembra geniale nella sua brevità, e i racconti di Washington Irving, cupi e festosi, e non posso fare a meno di chiedermi cosa manchi alla felicità. Il picchiettìo della pioggia sul lucernario? Il vento che fischia tra i vicoli? I sogni  che tra poco verranno affollati a viaggiarmi in altre vite impossibili? No, c'è tutto e c'è il sospetto che più di tanto non si possa chiedere, o sperare. Se spengo la luce sopra la testa si accendono le stelle perché tra le nuvole gonfie adesso s'è aperto un varco, come una radura in una macchia fitta. Mi sento in pace, sono quel che volevo essere, ho dei peccati da farmi perdonare e dei vanti di cui non far racconto, per non sembrare vanesio. Nei sogni ritrovo mio padre, mia moglie, talora mi sorridono, altre sono seri, arcigni, sembra mi rimproverino, è probabile che mi mancheranno per sempre. Questa vita di adesso però scoperchia giorni talmente graziosi che talora me ne vergogno, non so se meritarli, e se la ragazza che nelle mie parole ha mille nomi e nella realtà uno soltanto una volta o l'altra mi ricambierà gli occhi, come dice quella canzone eterna. Manca sempre un soldo per fare una lira, pare sia un destino comune, per questo mi sa che la felicità va intesa come una torta, se speri di trovarla intera a una festa ti illudi. Contentati della tua fetta, mi ripeto, sorridi di più, lascia andare le cose morte, non trattenere gli amici che scappano, impegnati a scrivere meglio, studia allo sfinimento, più di quanto già non fai, viaggia senza paura di lasciare a casa l'amore più grande: ormai è una donna, sa badare a se stessa. Sei figlio dell'inverno - mi dico poi, - non sarai mai luglio, non sarai agosto, e come l'inverno hai questa allegria mogia che t'accompagna, te l'hanno fatto notare, è stata un'amica, gliene sei grato. A conti fatti è tutta fortuna da tenere stretta. 

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