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Il buio

Se la realtà è quello che sembra, tutto ciò che ho posato nelle case nelle case resta. Oggi per esempio son salito in collina a portare i Gialli Mondadori e voglio sperare che stanotte se ne stiano buoni e in ordine nella libreriuccia che ho preso apposta per loro e non che - appena taglio la corda - svaniscano, o si mettano a ballare il tango, per poi ricomporsi dritti e impassibili - come io li ho messi - il giorno che mi rifaccio vivo. Questa cosa degli oggetti che cambiano aspetto o posto se io dormo me li accomuna tuttavia alle persone, li rende vivi e rende me felice: in tutta onestà la vita mi piace di più quando ho il sospetto che quel che vedo non sia tutto quello che c'è. Accanto ai Gialli Mondadori - dato che c'era spazio - ho sistemato un'altra collana che gioca proprio col mistero. Comprai il primo numero nel 2010, e presi a leggerlo in macchina, mentre aspettavo Susanna che usciva di scuola. C'era Roma, c'era un cacciatore di fantasmi dal destino nel n...

Il contrario

Tra gli indiani Sioux delle pianure americane c'era una specie di sciamano, chiamato Heyoka, che tutti consideravano sacro. Aveva una funzione fondamentale: quella di fare sempre il contrario di ciò che facevano gli altri. Cavalcava al contrario, camminava al contrario, sedeva dando le spalle alla tribù. E parlava anche, al contrario. Se diceva di esser felice, era scontento. Se diceva di avere fame, era sazio. Se diceva che il tempo era bello, pioveva a dirotto. Era insomma il controcanto anticonformista della società. Con la sua presenza ricordava a tutti quanto fosse necessario, di ogni affermazione, tener presente il suo opposto, un fatto di relativismo culturale, di punti di vista. Quel che è una fortuna per qualcuno è un danno per qualcun altro. In quel modo estremo rappresentava le diverse facce della verità, e suggeriva che a volte son tutte attendibili, anche se apparentemente in conflitto. In questi soffocanti giorni d'agosto sto rileggendo, al fresco degli albe...

Lo scarto

Tutto quello che scrivono gli altri non lo so ma tutto quello che scrivo io è difettoso. Per quanto tenti di trattenerle, le idee si cancellano da sole, le emozioni a raccontarle diventano ordinarie, le scese di cuore balbettii. A poco servono la disciplina, la pratica quotidiana, l'ostinazione a setacciar parole per far cadere sulla spianatoia le più nobili: alla prova dei fatti il risultato è deludente. Molto poco di quello che vibra tra le ossa, i nervi e l'anima finisce per avere una narrazione degna: è tutto sbiadito, tutto le somiglia, alla realtà - ma soltanto grosso modo, come due fratelli che non diresti che lo sono - e niente la tocca. Così l'imitazione di uno scrittore - quella parte che ho recitato fino a ingannarmi, a dimenticare che è una pantomima e a credere di essere colui che interpretavo - diventa l'arte del pressappoco, del bersaglio mancato, della cilecca. Fanno finta le cose di essere come le racconto: sono molto più grandi, molto più strazianti. E...

Viaggio in Sicilia

Sto in piedi su un terrazzo dalla ringhiera bassa: questo è il mio primo ricordo di Ortigia. Sotto passano i venditori di panelle, i carusi dalla lingua stretta, i lenoni che smontano dopo una notte di amori procacciati. Dalla pasticceria ad altezza strada salgono odori di pistacchio e mandorla, di cannoli di pastafrolla. Eccomi, sono qui fuori a prendere il fresco - rispondo a chi mi chiama dal tinello, poi scendo a comprare un vassoietto di dolci. Torno e i miei abiti sanno di ciambelle fritte e nella luce della finestra, che dilaga sul pavimento e taglia la stanza in due metà, aspetto che mi vengano a prendere per andare a Catania. Alla Feltrinelli tra qualche ora racconterò un'altra volta, per divertimento, le avventure che stanno dentro l' Apocalisse in pantofole . È il 2010, ho 43 anni e una discreta scorta di presagi cattivi in testa. Quel viaggio in Sicilia fu come salire sulla macchina del tempo. Una notte sognai di essere tornato indietro di vent'anni e atto...

Bonus coltura

Io sono padre e madre assieme, come Princesa è pecora e vacca in quella canzone di Faber, e come lei mi vorrei far pagare per tutto il lavoro sfiancante che faccio, per quell'andirivieni sotto i portici dei supermercati, per l'ansia che si mangia i contorni della sera e quando la notte arriva è tutta inchiostro, è tutta una battaglia contro la paura di un accidente in agguato. Lavoro ventiquattr'ore al giorno tutti i giorni da diciannove anni senza nemmeno un rimborso spese, interpreto due parti su un palcoscenico sconnesso, sono premuroso e brusco, risoluto e tenero, vorrei avere tutto sotto controllo, tanto che non disprezzerei che mi nominassero amministratore delegato dell'azienda. Perché quello è: un'azienda fatta e finita. Purtroppo senza fini né speranze di lucro. Gestire un figlio: altro che gestire il budget, giocare in borsa, diversificare gli investimenti. Gestire un figlio è a vita, e capisco chi non ne ha e non ne vuole. Ogni silenzio è un lascito d...

Marameo!

Che strana che è questa estate: c'è ancora il campionato, il caldo è sopportabile, ho mollato il cortisone e respiro lo stesso, organizzo gite fuori porta, vado a scuola di leggerezza, la sera fumo sigarette artigianali e scrivo come Salgari di posti che non ho visto mai. Che bello il coraggio, che guerra necessaria quella contro la paura! Ancora non lo so se l'ho vinta o è solo un armistizio questa stagione in cui scendo a patti con le cose che spaventano, le prospettive dei malanni, le bancarotte sentimentali. Perciò credo che sarebbe una buona idea, per guardare tutto dall'alto, se mi costruissi una mongolfiera. Non se la comprassi bella e pronta: se la mettessi insieme da me, perché vorrei avere il tempo di rendermi conto della fatica a fabbricare una cosa che ti salva. Il cesto, il pallone cucito con gli scampoli, il fornello, i tiranti, i sacchetti di sabbia. Ci saranno pure da qualche parte piste di decollo e atterraggio per palloni aerostatici. Ci voglio andare, ...

Santa Severa

Il brasiliano è un portoghese che al momento di partire da Lisbona diede le spalle alla città. Non vedendola allontanarsi, rimpiccolirsi, non ne provò mai nostalgia e già prima di arrivare in sudamerica l'aveva dimenticata. Chi parte guardando la città che lascia, invece, è un irresponsabile che si condanna per sempre alla tristezza. Quei vicoli e quel mare di porto saranno tutta la vita con lui, ovunque viaggi, in qualunque modo invecchi. Nelle conversazioni troverà il modo di tirar fuori, prima o poi, quella mancanza, il racconto della parte di sé lasciata a casa, la luce di quel mattino che salpò, il rumore dell'oceano sulla chiglia. Lo so perché faccio lo stesso da che campo, o almeno da che ho memoria della memoria, della sua crudeltà. Non sono mai stato in Portogallo ma ci voglio andare perché è il paese del Fado, che è la musica più intrisa di struggimento che conosca. Già mi attira di meno il Brasile, è un fatto di indole: lì ci sono troppi colori, l'emigrante po...