Che strana che è questa estate: c'è ancora il campionato, il caldo è sopportabile, ho mollato il cortisone e respiro lo stesso, organizzo gite fuori porta, vado a scuola di leggerezza, la sera fumo sigarette artigianali e scrivo come Salgari di posti che non ho visto mai. Che bello il coraggio, che guerra necessaria quella contro la paura! Ancora non lo so se l'ho vinta o è solo un armistizio questa stagione in cui scendo a patti con le cose che spaventano, le prospettive dei malanni, le bancarotte sentimentali. Perciò credo che sarebbe una buona idea, per guardare tutto dall'alto, se mi costruissi una mongolfiera. Non se la comprassi bella e pronta: se la mettessi insieme da me, perché vorrei avere il tempo di rendermi conto della fatica a fabbricare una cosa che ti salva. Il cesto, il pallone cucito con gli scampoli, il fornello, i tiranti, i sacchetti di sabbia. Ci saranno pure da qualche parte piste di decollo e atterraggio per palloni aerostatici. Ci voglio andare, voglio che quelli che restano a terra mi credano audace e una volta che l'aggeggio si è staccato dal suolo continuare l'ascesa alleggerendo il carico, buttando fuori le cattive abitudini, i pesi obesi, le malevolenze a cui faccio da bersaglio. E sopra la terra, e sopra il mare, una volta lontano guardare in basso e fare Marameo, con la bocca storta e la linguaccia, e ciao ciao, baci e saluti, baci e saluti, amori miei. Le correnti che si scontrano a quella quota mi porterebbero dove vogliono loro, e in capo a qualche ora mi ritroverei sopra l'Egeo, sopra Santorini e sopra Braxos, che è uno scoglio che non esiste e che ho inventato io. A dio piacendo, prima o poi leggerete l'avventura che ci ho ambientato. E là in cielo - a passare tra le nuvole e sentirsi come Warren Beatty in paradiso, a pregare che i becchi degli uccelli non buchino la tela - anch'io sarei più leggero e non dovrei più maledirmi per ogni insonnia, per tutte le attese notturne, perché non sarei più di quel mondo dove la gravità è un impaccio.Una volta un'amica voleva portarmici, in volo. Non se ne fece nulla, e sarà per quello che son rimasto con la voglia. Dorme accanto al desiderio di un'altra vita, e solo di tanto in tanto, come oggi, si sveglia, affamata e feroce.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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