Passa ai contenuti principali

Il sarto

 

Chi è quella donna nel cui sguardo mi impiglio appena comincia la zona industriale, e cosa diavolo ci fa lì, giusto ai margini del traffico? Come le sarà venuto in mente di comprarci casa? Sto in mezzo alla rotonda e quei tre secondi che ci vogliono per prendere la seconda uscita e sgasare via bastano a incuriosirmi, a tagliarle addosso un vestito su misura. Se non facessi il narratore - mestiere sterile e generoso - probabilmente sarei sarto, e tutto il giorno cucirei stoffe e prenderei misure con le spille in bocca, e assecondando uno sciocco luogo comune mi piacerebbero gli uomini, e impazzirei ad abbinare borse e cappelli alle mie stravaganti creazioni. Invece sono un cercatore di storie, vado in giro col setaccio come Jack London nel Klondike e pur senza il suo talento scavo, scovo, trovo, lavo le impurità e lascio che la pirite scintilli al sole. Quella donna bellissima, fiera, di profilo, seduta su una seggiola di giunchi, ha una vita di cui far vanto, ci scommetto. Lo capisco da come guarda l'orizzonte, da quella sfida che lanciano i suoi occhi e la sua postura, dalla strafottenza innocente con cui si relaziona col mondo. Che bello che è fantasticare, assegnare parti e dialoghi, pensieri opere e omissioni come fa il drammaturgo e pasticciare con le coscienze altrui mantenendo dritta la barra di un'etica coerente, perché quello che scrivi si deve sposare lietamente con quello che hai scritto e con quello che scriverai. Così quella donna avrà appena lasciato un uomo spregevole, o meglio: lo avrà cacciato di casa, e ora sta aspettando che qualcuno le faccia la morale, per cantargliene quattro ed essere libera non solo in teoria. Oppure sarà tornata da un viaggio in Africa con Gino Strada, e ha visto la miseria perfetta e l'ha pianta, e ora è contenta della sua vita per la prima volta, finalmente. O ancora sta vedendo se arriva suo figlio per fare pace, dopo che gli ha detto di avere una compagna e il figlio non l'ha capito, se n'è vergognato, è andato a vivere per conto suo, poi le ha chiesto scusa, qualcuno l'ha fatto rinsavire. Nel tempo che ci metto a prendere la strada per Sangemini quella donna cambia avventura tre volte, e io cambio il linguaggio con cui dovrò raccontarla, le cambio il nome e le assegno tre età. Le provo degli abiti su quel fisico asciutto. E a quel punto mi convinco che pure questa è sartoria, e tanta differenza con quell'arte nobile, in fondo, non c'è.

Commenti

  1. Sempre molto piacevoli questi brevi, brevissimi racconti. Quasi lampi di impressioni. Che, però, non sono fuggevoli. Bravo.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie Andrea, mi fa piacere. Uno scrive anche per commenti come il tuo.

      Elimina
  2. I enjoy how the author uses vivid imagery and imagination to create compelling narratives about everyday people.

    RispondiElimina

Posta un commento

Grazie per aver commentato il mio post

Post popolari in questo blog

Febbraio

Mi piace star qui con te a ragionare di aiole e di mare. Che il giardino andrebbe curato di più e che il mare è troppo lontano per comprarci casa. Mi piace star qui con te a non contare il tempo, mentre fuori passa furibondo, rendendo infelici gli uomini. Il brutto mondo rimane al di là di questo palco, persino oltre la platea. Ci sono storie che ho sentito raccontare dai miei ragazzi, quando erano loro a far lezione e io spalancavo le orecchie, incoraggiandoli alla narrazione. No, era più un'istigazione a delinquere, le cose migliori che ho potuto insegnare sono quelle che si configurano come reati. Le storie erano tante ma a un certo punto si mischiavano in una, come le onde del mare che a riva diventano un frangente compatto. Vuoi sentirla? Parla di due persone che si amano ma non se lo dicono, e di altre due che non si amano e si giurano ogni giorno amore eterno. Però non sono quattro persone, come potrebbe sembrare, ma soltanto tre perché una fa parte sia della prima che della...

Processo a mio padre

Davanti casa mia c'è questo marciapiede dritto come una promessa dove mio padre, incamminandosi, diventava papà. Da un anno e mezzo ci abito sopra, se mi affaccio dalla finestra del soggiorno lo vedo, eppure lui non passa mai. Talora mi affaccio anche per guardare se per caso io e lui passiamo insieme ma non è mai successo: magari passiamo zitti quando mi addormento sfinito, e tutto è inutile. Oppure passiamo in certe sere d'aprile verso le otto, quando l'ora legale ha già preso il suo posto nel mondo e il cielo sorride, colle striature bianche a sporcare il celeste, e lui, col chiavistello della tabaccheria in mano, smette di essere quel che solitamente è e diventa l'uomo che vorrei fosse stato. Se è così, mi affaccerò nelle sere d'aprile che verranno, con la speranza rinnovata. Perché quel marciapiede deve avere, nell'impasto del cemento, nei sassi colorati che sembrano di fiume, nel labbro spaccato dai paraurti, il potere misterioso di sciogliere gli uomini e...

Ragazze di un altro tempo

La collina del Censo è l'ideale per stare da solo. Ci salgo di domenica ma anche nei feriali, calzo scarpe comode e con la musica giusta nelle orecchie percorro tre volte, talora quattro, l'anello che la cinge per tutta la lunghezza. Ieri la mia volontà e la mia rappresentazione coincidevano, non succede spesso, e così con un solo gesto ho assecondato entrambe. Là in mezzo al sentiero, tra due file alte di alberi giovani e i rumori del bosco smosso dagli animali, mi sono riappacificato. A casa mi aspettavano silenzio e pensieri leggeri, buoni propositi per l'avvenire e un paio di sogni che ho lasciato qui a irrobustirsi, e che riprendo a sfamare ogni volta che mi arrampico fino a questa altezza. Mentre cenavo in radura, il cielo si è illuminato. Sopra quella gobba d'Appennino si è tinto di un celeste insincero: nessun cielo può riflettere tanta innocenza se guarda alle atrocità degli uomini. Ciononostante gli ho creduto, mi sono lasciato ingannare. A un tratto il vento,...