La collina del Censo è l'ideale per stare da solo. Ci salgo di domenica ma anche nei feriali, calzo scarpe comode e con la musica giusta nelle orecchie percorro tre volte, talora quattro, l'anello che la cinge per tutta la circonferenza. Ieri la mia volontà e la mia rappresentazione coincidevano, non succede spesso, e così con un solo gesto ho assecondato entrambe. Là in mezzo al sentiero, tra due file alte di alberi giovani e i rumori del bosco smosso dagli animali, mi sono riappacificato. A casa mi aspettavano silenzio e pensieri leggeri, buoni propositi per l'avvenire e un paio di sogni che ho lasciato qui a irrobustirsi, e che riprendo a sfamare ogni volta che mi arrampico fino a questa altezza. Mentre cenavo in radura, il cielo si è illuminato. Sopra la collina che avevo appena camminato si è tinto di un celeste menzognero, perché nessun cielo può serbare tanta innocenza se grava sulle atrocità degli uomini. Ciononostante gli ho creduto, mi sono lasciato ingannare. A un tratto il vento, come per prendersi gioco dello scrittore solitario che sono, mi ha portato voci di amici di un altro tempo. Così realistiche, che per un attimo ho pensato fossero lì. Poi l'attimo si è dilatato, e lo stupore ha avuto la meglio: erano lì davvero, con una torta e una bottiglia di spumante. Non tutti naturalmente, ma una buona rappresentanza. "E voi che ci fate qua?"; "Siamo venuti a trovarti, ti dispiace?". Commozione, abbracci, incredulità. Ho affettato altro pane, tagliato altri pomodori, li ho conditi con basilico e bocconcini di mozzarella, a quel punto l'anima era contenta. "Abbiamo saputo da tua madre che stavi qua", dicono giustificando la sorpresa. Avevano dietro una chitarra, io ho tirato fuori la mia. "Senti se ti piace questo pezzo: è nuovo", mi hanno detto. Abbiamo suonato come da ragazzi, con meno forza nelle mani ma più vita, quella che ci è passata dentro, ci ha scolorito i capelli, ci ha fatti accorti e combattenti del dolore. E prima di tornare in città abbiamo cantato certe canzoni grandiose che fecero innamorare di noi tutte le ragazze che abbiamo perduto.
C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...

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