Mi piace star qui con te a ragionare di aiole e di mare. Che il giardino andrebbe curato di più e che il mare è troppo lontano per comprarci casa. Mi piace star qui con te a non contare il tempo, mentre fuori passa furibondo, rendendo infelici gli uomini. Il brutto mondo rimane al di là di questo palco, persino oltre la platea. Ci sono storie che ho sentito raccontare dai miei ragazzi, quando erano loro a far lezione e io spalancavo le orecchie, incoraggiandoli alla narrazione. No, era più un'istigazione a delinquere, le cose migliori che ho potuto insegnare sono quelle che si configurano come reati. Le storie erano tante ma a un certo punto si mischiavano in una, come le onde del mare che a riva diventano un frangente compatto. Vuoi sentirla? Parla di due persone che si amano ma non se lo dicono, e di altre due che non si amano e si giurano ogni giorno amore eterno. Però non sono quattro persone, come potrebbe sembrare, ma soltanto tre perché una fa parte sia della prima che della seconda coppia. Questa persona, che su questo palco sarebbe doppia come Giano, si vede con una quarta persona (ecco, una quarta persona c'è ma non è una delle prime quattro, che poi sono tre) e ogni tanto di notte si chiudono in macchina a fare quello che gli va. Se lo dicono, perché sia chiaro a loro stessi per primi: una o due volte l'anno si deve fare quel che si ha piacere a fare, sennò non è vita. Quello è il momento della trasgressione, della felicità passeggera e dei sensi di colpa. Che si spengono nel compiacimento, nel ricordo della dolcezza immortale, nell'attesa della passione successiva, quando quei due si morderanno ancora le labbra e legheranno le lingue. Ecco, la storia è questa, ti è piaciuta? Vorresti che la scrivessi? Vorresti che la irrobustissi di immaginazione, riempiendo le caselle vuote e mettendoci bugie e sotterfugi in sovrappiù? Si può fare, febbraio porta in dote questa macchinazione che tutti quanti include, protagonisti e comparse, e tutti fa attori di un romanzo. Si può fare, parliamone. Se invece preferisci le faccende innocue, la finzione, ragionare ancora di aiole e mare, diffidando della realtà, è l'unica scelta possibile.
C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...

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