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Processo a mio padre

Davanti casa mia c'è questo marciapiede dritto come una promessa dove mio padre, incamminandosi, diventava papà. Da un anno e mezzo ci abito sopra, se mi affaccio dalla finestra del soggiorno lo vedo, eppure lui non passa mai. Talora mi affaccio anche per guardare se per caso io e lui passiamo insieme ma non è mai successo: magari passiamo zitti quando mi addormento sfinito, e tutto è inutile. Oppure passiamo in certe sere d'aprile verso le otto, quando l'ora legale ha già preso il suo posto nel mondo e il cielo sorride, colle striature bianche a sporcare il celeste, e lui, col chiavistello della tabaccheria in mano, smette di essere quel che solitamente è e diventa l'uomo che vorrei fosse stato. Se è così, mi affaccerò nelle sere d'aprile che verranno, con la speranza rinnovata. Perché quel marciapiede deve avere, nell'impasto del cemento, nei sassi colorati che sembrano di fiume, nel labbro spaccato dai paraurti, il potere misterioso di sciogliere gli uomini e far loro accorgere dei figli, della loro piccolezza, della temerarietà con cui affrontano la parte che gli tocca, quando cercano di arrampicarsi sulle spalle dei genitori. A quel punto l'universo tratterrà il respiro perché si compirà il senso per cui è stato creato: perché un ragazzo invecchiato, sul palco luminoso di una sera d'aprile, perdoni suo padre. E allora, dalla finestra arrampicata di via XX settembre, mi guarderò assolvere mio padre come non ho mai fatto: completamente, senza sottotesti, obiezioni, riserve di rancore. Ho capito che ognuno è il padre che ha avuto, se non riesce a divincolarsi da quella tremenda eredità. E che per essere padri migliori bisogna uccidere la memoria di chi ci ha messo al mondo e costruirsi il mestiere improvvisando, avendo a disposizione, se si è fortunati, appena un etto di buon senso e qualche grammo avanzato d'amore. Non tutti sono capaci di farlo, io ci sto provando da una vita. Per questo mio padre è innocente: per non aver commesso il fatto. 

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