Passa ai contenuti principali

Il cielo vuoto

Stamattina, calpestando l'ombra dei palazzi, nel tragitto infocato tra la radio e la macchina, ragionavo sulla sofferenza. Quella di mia moglie, che è stata privata della cosa cui più teneva: la sua famiglia; e la mia, che sono stato ingannato da chi credevo sincero sulla malattia e sul tempo che le restava da vivere. Un anno fa, di questi giorni d'agosto, ho intuito che eravamo alla fine: ben più tardi di altri che - sapendolo -  han deciso che non era il caso di dirmelo. Fino all'ultimo ho però sperato di sbagliarmi, ho sperato che quella debolezza invincibile, quella voce sottile, quegli occhi da uccellino fossero solo un effetto accettabile, passeggero, di farmaci risolutivi. Chi segue con affetto quanto scrivo (grazie davvero) sa che non mi tiro indietro a raccontare perfino l'intimità perché mi serve per inchiodare tutto alla memoria. Non voglio dimenticare. Vorrei soffrire meno, quello sì, ma vorrei ricordare ancora di più. Insomma, il tre agosto del 2012 io e Alessandra abbiamo fatto l'amore l'ultima volta. Lei era bellissima, a che serve che lo dica? Chi l'ha conosciuta lo sa e per gli altri, beh, giuro che lo era. Faceva caldo da morire, Susi era dai nonni: Perché non ti togli la maglia?; Sotto non porto niente; Appunto....
Ho ricordi di una dolcezza infinita, passammo tutto il pomeriggio a saziarci di noi e appena sazi subito tornava la fame: ero straziato dalla felicità. Dimenticai la malattia, quel pomeriggio, o almeno la coprii con la meraviglia della contemplazione del suo corpo perfetto. Il giorno dopo si sentì male: la corsa in ospedale, le analisi mentre urlava dal dolore e i medici di guardia giocavano a corteggiare le infermiere e si mettevano d'accordo su dove andare a cena. Poi la morfina, il dolore addormentato. La sera, in ospedale, mi dice Tesoro, mi accompagni in bagno? con tutte le flebo attaccate e io non sapevo che non doveva alzarsi dal letto. Mi svenne tra le braccia, distesa sul pavimento, urlai, vennero degli infermieri, più pronti e premurosi dei medici di prima. La rianimarono.
La fecero tornare a casa, l'indomani. Non ho saputo, potuto più sfiorarla: temevo di farle del male. Abbiam vissuto gli ultimi mesi come fratelli, non come moglie e marito. Le ho baciato la bocca, l'ultima volta, come la prima: che lei teneva gli occhi chiusi e le si arrossarono un po' le guance. Eravamo a scuola, davanti a una finestra che dà sul cortile interno. In quella passò la prof di matematica e si schiarì la voce e noi ci staccammo, vergognosi. L'ultima volta le guance gliele avevano colorate le addette al servizio funebre; intorno c'erano parenti in lacrime, qualcuno con cipolle al seguito per favorire la commozione, e il tavolo era di marmo, le pareti d'intonaco scrostato e c'erano troppi fiori a odorare di marcio. Poi l'ho baciata mille altre volte nella mia mente, l'ho abbracciata e le ho detto Ti amo e subito dopo Perdonami per tutte le volte che non sono stato il marito che voleva. Speriamo poche.
Ecco, a tutto questo pensavo, stamattina - un anno dopo - nell'ombra dei palazzi. A quale risarcimento possa esserci per una sofferenza così resistente, refrattaria a qualsiasi divagazione. Non riesco a immaginarne nessuno. E magari non ce n'é davvero nessuno: è tutto qui, tutto finito, tutto senza spiegazione. E penso a quelli che hanno la fortuna di invecchiare accanto a chi amano. Che più o meno soffrono tutti è una bugia che ti dicono per farti star meglio. La verità è che alcuni soffrono molto poco e arrivano assieme a novant'anni. Non che ce l'abbia con loro; è solo che tutte le preghiere che ho implorato, strillato, bisbigliato, mi pare di averle rivolte a un cielo che più vuoto di come appare non potrebbe essere.

Commenti

Posta un commento

Grazie per aver commentato il mio post

Post popolari in questo blog

Febbraio

Mi piace star qui con te a ragionare di aiole e di mare. Che il giardino andrebbe curato di più e che il mare è troppo lontano per comprarci casa. Mi piace star qui con te a non contare il tempo, mentre fuori passa furibondo, rendendo infelici gli uomini. Il brutto mondo rimane al di là di questo palco, persino oltre la platea. Ci sono storie che ho sentito raccontare dai miei ragazzi, quando erano loro a far lezione e io spalancavo le orecchie, incoraggiandoli alla narrazione. No, era più un'istigazione a delinquere, le cose migliori che ho potuto insegnare sono quelle che si configurano come reati. Le storie erano tante ma a un certo punto si mischiavano in una, come le onde del mare che a riva diventano un frangente compatto. Vuoi sentirla? Parla di due persone che si amano ma non se lo dicono, e di altre due che non si amano e si giurano ogni giorno amore eterno. Però non sono quattro persone, come potrebbe sembrare, ma soltanto tre perché una fa parte sia della prima che della...

Processo a mio padre

Davanti casa mia c'è questo marciapiede dritto come una promessa dove mio padre, incamminandosi, diventava papà. Da un anno e mezzo ci abito sopra, se mi affaccio dalla finestra del soggiorno lo vedo, eppure lui non passa mai. Talora mi affaccio anche per guardare se per caso io e lui passiamo insieme ma non è mai successo: magari passiamo zitti quando mi addormento sfinito, e tutto è inutile. Oppure passiamo in certe sere d'aprile verso le otto, quando l'ora legale ha già preso il suo posto nel mondo e il cielo sorride, colle striature bianche a sporcare il celeste, e lui, col chiavistello della tabaccheria in mano, smette di essere quel che solitamente è e diventa l'uomo che vorrei fosse stato. Se è così, mi affaccerò nelle sere d'aprile che verranno, con la speranza rinnovata. Perché quel marciapiede deve avere, nell'impasto del cemento, nei sassi colorati che sembrano di fiume, nel labbro spaccato dai paraurti, il potere misterioso di sciogliere gli uomini e...

Ragazze di un altro tempo

La collina del Censo è l'ideale per stare da solo. Ci salgo di domenica ma anche nei feriali, calzo scarpe comode e con la musica giusta nelle orecchie percorro tre volte, talora quattro, l'anello che la cinge per tutta la lunghezza. Ieri la mia volontà e la mia rappresentazione coincidevano, non succede spesso, e così con un solo gesto ho assecondato entrambe. Là in mezzo al sentiero, tra due file alte di alberi giovani e i rumori del bosco smosso dagli animali, mi sono riappacificato. A casa mi aspettavano silenzio e pensieri leggeri, buoni propositi per l'avvenire e un paio di sogni che ho lasciato qui a irrobustirsi, e che riprendo a sfamare ogni volta che mi arrampico fino a questa altezza. Mentre cenavo in radura, il cielo si è illuminato. Sopra quella gobba d'Appennino si è tinto di un celeste insincero: nessun cielo può riflettere tanta innocenza se guarda alle atrocità degli uomini. Ciononostante gli ho creduto, mi sono lasciato ingannare. A un tratto il vento,...