Ho ricordi di una dolcezza infinita, passammo tutto il pomeriggio a saziarci di noi e appena sazi subito tornava la fame: ero straziato dalla felicità. Dimenticai la malattia, quel pomeriggio, o almeno la coprii con la meraviglia della contemplazione del suo corpo perfetto. Il giorno dopo si sentì male: la corsa in ospedale, le analisi mentre urlava dal dolore e i medici di guardia giocavano a corteggiare le infermiere e si mettevano d'accordo su dove andare a cena. Poi la morfina, il dolore addormentato. La sera, in ospedale, mi dice Tesoro, mi accompagni in bagno? con tutte le flebo attaccate e io non sapevo che non doveva alzarsi dal letto. Mi svenne tra le braccia, distesa sul pavimento, urlai, vennero degli infermieri, più pronti e premurosi dei medici di prima. La rianimarono.
La fecero tornare a casa, l'indomani. Non ho saputo, potuto più sfiorarla: temevo di farle del male. Abbiam vissuto gli ultimi mesi come fratelli, non come moglie e marito. Le ho baciato la bocca, l'ultima volta, come la prima: che lei teneva gli occhi chiusi e le si arrossarono un po' le guance. Eravamo a scuola, davanti a una finestra che dà sul cortile interno. In quella passò la prof di matematica e si schiarì la voce e noi ci staccammo, vergognosi. L'ultima volta le guance gliele avevano colorate le addette al servizio funebre; intorno c'erano parenti in lacrime, qualcuno con cipolle al seguito per favorire la commozione, e il tavolo era di marmo, le pareti d'intonaco scrostato e c'erano troppi fiori a odorare di marcio. Poi l'ho baciata mille altre volte nella mia mente, l'ho abbracciata e le ho detto Ti amo e subito dopo Perdonami per tutte le volte che non sono stato il marito che voleva. Speriamo poche.
Ecco, a tutto questo pensavo, stamattina - un anno dopo - nell'ombra dei palazzi. A quale risarcimento possa esserci per una sofferenza così resistente, refrattaria a qualsiasi divagazione. Non riesco a immaginarne nessuno. E magari non ce n'é davvero nessuno: è tutto qui, tutto finito, tutto senza spiegazione. E penso a quelli che hanno la fortuna di invecchiare accanto a chi amano. Che più o meno soffrono tutti è una bugia che ti dicono per farti star meglio. La verità è che alcuni soffrono molto poco e arrivano assieme a novant'anni. Non che ce l'abbia con loro; è solo che tutte le preghiere che ho implorato, strillato, bisbigliato, mi pare di averle rivolte a un cielo che più vuoto di come appare non potrebbe essere.
Ciao, solo per dirti che mi sono commosso e che ho riflettuto su me stesso.
RispondiEliminagrazie
Bruno
grazie Bruno, ciao
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