Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 non c'era. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi, sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazzi le cose avevano nomi più familiari. Al Ginnasio io arrivavo sempre presto, è una mia ostinazione, e lei pur abitando a un paio di isolati veniva alle otto meno dieci, per tenermi compagnia. Ci davamo del tu, le dico. Sorride, le fossette sulle guance sono le stesse, le rughe del collo dicono del tempo che trascorre ma non passa, una frase che ho sentito dentro a una canzone. Ma fino a questo momento me ne era sfuggito il senso. Ballavamo i lenti di Robert Palmer, stretti abbastanza da far dire agli altri che non ci saremmo lasciati mai, e in silenzio, come dovrebbero essere tutti gli amori. Le parole, che io venero e su cui ho costruito i miei fragili mestieri, certe volte non sono necessarie. Siamo trattenuti, mi verrebbe da chiederle se ha letto i miei libri e se si è rintracciata qua e là, tra le righe, nei personaggi secondari. Di nuovo il silenzio, per alcuni minuti. Si alza, mette un disco di Robert Palmer. Non vedo vinili in giro, direttamente dal Bluetooth. Mi sta invitando a ballare, come una volta. La abbraccio, lei mette le mani sulle mie spalle, prendiamo a volteggiare: è il tempo che trascorre ma non passa.
Mi piace star qui con te a ragionare di aiole e di mare. Che il giardino andrebbe curato di più e che il mare è troppo lontano per comprarci casa. Mi piace star qui con te a non contare il tempo, mentre fuori passa furibondo, rendendo infelici gli uomini. Il brutto mondo rimane al di là di questo palco, persino oltre la platea. Ci sono storie che ho sentito raccontare dai miei ragazzi, quando erano loro a far lezione e io spalancavo le orecchie, incoraggiandoli alla narrazione. No, era più un'istigazione a delinquere, le cose migliori che ho potuto insegnare sono quelle che si configurano come reati. Le storie erano tante ma a un certo punto si mischiavano in una, come le onde del mare che a riva diventano un frangente compatto. Vuoi sentirla? Parla di due persone che si amano ma non se lo dicono, e di altre due che non si amano e si giurano ogni giorno amore eterno. Però non sono quattro persone, come potrebbe sembrare, ma soltanto tre perché una fa parte sia della prima che della...

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