Arriva il vento, piove la notte, urla la tempesta. Sbarro le finestre, mi chiudo in casa, sospendo il tempo. Metto sul piatto le mie canzoni. Piccole, fragili inaffondabili imbarcazioni, luci nell'oscurità. Che vele lacere che hanno, eppure hanno solcato con la chiglia rotta tanti mari in tempesta, e mi hanno sempre riportato a casa. Quella loro grazia intoccata fa più effetto dell'acido clavulanico, della fenofexadina, delle benzodiazepine. Peccato che adesso certa musica sia così poco considerata. La rabbia che c'è in giro nasce anche da quella privazione, come togliere alla gente tutto assieme amore sogni e bellezza: diventa infelice, furibonda. Cerco ogni tanto questa emozione da assediato, mi fa tornare in me, ridimensionare la stima talora eccessiva che ho della mia scrittura, ricordare che è soprattutto fatica, rigore, concentrazione e appena uno spolverio sopra, come zucchero a velo sui dolcetti, di talento sincero. Dovrei buttare il cappello in avanti e dove cade, dove si ferma, lì fermarmi anch'io, e smetterla di raccontare. Ci ho provato qualche volta a piantarmela ma è come con la cioccolata: ogni buon proposito va a farsi friggere: il desiderio è più forte di qualunque ragione. Del resto non lo so se esiste un confine per gli scrittori. Se gli scrittori possono dire Basta e Basta accade veramente, come per i ferrovieri o i tabaccai quando vanno in pensione. Temo al contrario che la mia condanna sia a vita. Per cui scriverò fino all'ultimo giorno, perché tante sono le cose che vedo e che non vanno, e sarà bellissimo illudersi di poterle cambiare con la forza inconsistente delle parole.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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