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25 ottobre

Quando sei andata via ero convinto che avrebbero smesso di scrivere canzoni. E avrebbero smesso di girare film, di concepire musei all'aperto, di aprire d'estate gli stabilimenti al mare. Invece già il giorno dopo uscì musica nuova, attaccarono locandine mai viste davanti ai cinema, mi invitarono a una mostra di pittura e gli alberghi dove eravamo stati assieme diedero le nostre camere a villeggianti sconosciuti. Il mondo non si fermò, nemmeno mia madre cambiò le sue abitudini, a ottobre seguì novembre e alla fine dell'anno - con mia grande sorpresa - tornò perfino Natale. Io ero fermo, fatto di malinconia, scambiavo il giorno con la notte, e le cose continuavano ad accadere, impunite. Ci dovrebbe essere un limite allo spettacolo del mondo, quando uno è ferito. Quando uno è ferito il mondo dovrebbe fare un inchino, ringraziare il pubblico e sparire dietro al sipario Eppure, in capo a qualche stagione, mi rimontò dentro una voglia, un desiderio di combattività. Avevo maledetto romanzi film e canzoni, quelli che avevamo amato in due e che ora mi trovavo a odiare da solo, ma un giorno, con un sollievo che mi procurò un sottile senso di colpa, ricominciai ad essere curioso. Che presunzione, credere che la bellezza esiste soltanto finché esistiamo noi, necessari l'uno all'altra. Al contrario credo che la bellezza esista non tanto per scortare la felicità ma per consolare il dolore. Quel giorno presi la tua chitarra e anche se non sapevo suonarla come te mi inventai tre accordi e la voce venne su dalla gola con il coraggio di chi sbuca alla luce dopo aver risalito l'inferno. Cantai, piansi e poi mi venne fame, così portai tua figlia a cena fuori. Domenica saranno quattordici anni che sei partita. Il viaggio sembra non finire mai ma un giorno di questi dovrai pur ritrovare la strada di casa. 

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