Ogni volta che Francesco deve andare al mare non sta più nella pelle. Sceglie un appartamento davanti alla spiaggia, riempie la valigia di libri, fa il pieno alla Panda e parte. Viaggia per tre ore e mezza fino alla costa Adriatica infilando gallerie su gallerie, a centinaia, e quando arriva a destinazione è sereno, come se fosse sbarcato sulla Luna. Lì comincia ad acclimatarsi, si acquartiera con le sue cose, i fogli per appuntare idee improvvise, la crema solare, le cuffiette per la musica. L'ultima volta il litorale era fatto di sassi, niente sabbia. Francesco preferisce la spiaggia libera perché può mettersi alla giusta distanza dagli altri. La giusta distanza è un concetto a cui lui tiene molto, è un calcolo che varia a seconda delle circostanze. I padroni di casa lo hanno lusingato, dicendogli di averlo visto un paio di volte in televisione. Lui allora gli ha regalato un suo romanzo che aveva in borsa ma in cambio ha chiesto, sfacciatamente, la scodella del Mulino Bianco che i signori tenevano in dispensa. Alla fine il baratto è avvenuto, con soddisfazione di tutti. Prima di sera Francesco è andato a conoscere il mare, si è presentato, il mare ha risposto con un moto ondoso leggero e intonato, come un canto degli anni felici. Francesco si è bagnato i piedi, poi le ginocchia, infine la pancia e quando l'acqua gli è arrivata al petto, op, ha fatto un tuffo ed è sparito sotto la superficie scura. Sarà affogato? Ma no, eccolo che riaffiora più in là, a giocare come un bambino, come se in spiaggia ci fosse ancora sua madre che lo chiama, e gli dice di uscire prima che le dita diventino tutte grinzose. Quello è l'unico bagno che Francesco farà in tutta la vacanza, il suo modo per ringraziare il mare di metterlo così di buon umore. Dal giorno dopo si limiterà a guardarlo, cercando di afferrarne la grandezza, quella sua placida vastità che all'occorrenza s'infuria, e devasta colpevoli e innocenti. Francesco vorrebbe essere il mare. Ma incapace di mischiare nella vendetta uomini di onestà e farabutti, continuerà a essere Francesco: incompleto, stanco, consolato, respinto.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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