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La fortezza

Vorrei che arrivasse quel freddo che c'era quando ero ragazzo. Un freddo spietato, dai colori lividi, che gela le mani, brucia le orecchie, nasconde i sorrisi e le imprecazioni dietro i baveri alzati. Vorrei che tornasse la mia giovinezza ma con tutte le cose accadute in memoria: mia figlia che nasce, mia moglie che muore, e le tentazioni mondane, tutte, quelle a cui ho ceduto e quelle a cui ho rinunciato. Così, in un autunno insolitamente severo, coi miei trent'anni per la seconda volta e i dolori e le felicità già in archivio ma paradossalmente non ancora accaduti, sarei certo che la vita è un luna park tetro e giocoso, come quello di certi romanzi gotici. A quel punto, con indosso una consapevolezza nuova, passerei quell'autunno in collina, dopo aver fatto scorta di vettovaglie: cibo frugale a lunga conservazione, libri, coperte pesanti e film da vedere una seconda volta mentre il vento del nord assedia le finestre, fischiando molesto. Eccola lì, la mia fortezza, la vedete? Un rifugio inattacabile lontano dalla perversione del mondo, un monastero su misura per le mie pretese di felicità. Forse mi barricherei dentro, forse chiuderei la porta a doppia mandata e piomberei tutte le persiane, tanto da privarmi degli esseri umani fino a nuovo ordine. Non credo che resisterei troppo a lungo, non tutta la stagione, un paio di settimane al massimo, perché gli esseri umani coi loro difetti mi piacciono, non so farne a meno, e mi piace viverle, le prodezze che scrivo, altrimenti sarebbero inattendibili. Però la notte di ottobre, mentre i lupi scendono dalle montagne e si avvicinano alle case, e tutto è muto e freddo, e le ombre sui muri e nel prato sembrano fantasmi che cercano pace, è un tempo carico di emozione e memoria. Tutti i miei amori tornerebbero indietro, ad alcuni chiederei scusa, ad altri ragione della natura ostile. Poi perdonarci a vicenda sarà davvero l'unico gesto possibile in mezzo a tutta quella gran commozione.  

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