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In libreria con mia figlia

La donna è aristocratica, e pure la sua libreria. Ha i lineamenti nobili di chi per via di un'eredità contesa ha perso una montagna di soldi ma non la dignità. Si è persuasa che vendere libri fosse il sistema meno faticoso per dare continuità al suo lignaggio e ci accoglie, a me e a mia figlia, con il sopracciglio alzato e il sorriso appena percettibile di chi è snob e diffida del prossimo. Io e mia figlia rovistiamo tra i libri da plebei quali siamo, vale a dire con fragoroso rispetto. Ne prendiamo tre o quattro a testa, li sfogliamo, ne annusiamo la carta, valutiamo i caratteri, mia figlia mi chiede Questo lo hai letto? E quest'altro? e poi aggiunge Questo devi assolutamente leggerlo, ce l'ho io, te lo presto. Siamo bambini in un luna park, siamo gli sconfitti di questa cosiddetta società civile, quelli che ancora leggono spudoratamente e per questo con gli altri hanno pochi argomenti di conversazione. Ammonticchiamo i libri su un tavolo, la libraia ci guarda diffidente. Forse teme che non li pagheremo: espropio proletario. Invece proprio ieri ho incassato sei mesi di stipendi arretrati, sono tutt'altro che in bancarotta. E comunque sono certo che le urti il nostro modo di fare, l'entusiasmo per tutti quei romanzi è un sentimento troppo popolare, non si addice alla letteratura. Che in effetti, e paradossalmente, è l'arte più elitaria che esista, mannaggia a me e a quando mi sono messo a scrivere. Mia figlia mi fa notare una dissonanza: Ma Lorenzo Marone accanto a Dostoevskij? Non è approfittarsene? Di cosa? - le chiedo. Del relativismo. Come faccio a darle torto? Me la cavo dicendole che è per mancanza di spazio, per quanto l'ambiente sia ampio, antico e confortevole. Alla fine compriamo quattro romanzi, due a testa. Poi ce li scambiamo - propone mia figlia. Dopo che ho pagato la libraia si rasserena, sorride, finalmente convinta. Probabilmente è vero che l'odore dei quattrini fa diventare democratico qualsiasi nostalgico dell'ancien regime. 

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