Chi mi ha insegnato a scrivere? - posto che io sia capace di farlo, naturalmente. Un numero consistente di poeti e se non vi secca vorrei pagare il debito verso uno di loro, uno dei miei padri putativi, perché se n'è andato oggi e il momento del commiato coincide con quello della celebrazione. Francesco Guccini entrò a casa mia una sera del 1976: una radio libera suonò L'avvelenata, mia madre inorridì. Lo capii del tutto qualche anno dopo ma quella volta, pur turbato, intuii che esisteva un altro tipo di linguaggio rispetto a quello a cui ero abituato. Che se ne fregava di ciò che si può e non si può dire, e dei sistemi di comunicazione prefabbricati. Nelle canzoni si poteva parlare di tutto, in qualunque maniera venisse in mente. Le parole di Guccini mi hanno educato più di mio padre perché erano libere, e regalavano a tutti libertà, mi hanno costretto a ragionare, a non scappare dalla scabrosità delle cose, a considerare la realtà un poliedro. A diciassette anni, coi soldi guadagnati a servire caffè in un bar, comprai un mangianastri portatile perché che in macchina non avevamo la radio, e coi soldi rimasti un paio di musicassette. Una era Tra la via Emilia e il west. La mettevo quando andavamo a Itieli, la domenica. Una rottura di palle colossale. Ma che almeno i miei ascoltassero la mia musica. In quel modo per tutta l'adolescenza e anche dopo ho comunicato la mia diversità. Non è un buon affare, la diversità. La devi reggere di continuo come una parte di teatro al cospetto di chi quella recita non la capisce, non gli piace, rivuole indietro i soldi del biglietto. Mio padre qualche volta era come se li rivolesse, giuro. Rivolesse i soldi spesi per farmi crescere perché ero venuto su tutto storto, distratto, innamorato delle nuvole, delle canzoni audaci e dei film di Scorsese. Non lo ha mai fatto perché si vede che era scaduta la garanzia. Poi da vecchio si rivelò. Forse capì che era stato spietato e prima di morire mi chiese di comprargli quella musica che tanto aveva detestato. Qualcuno meno tenero di me avrebbe detto: "Troppo tardi". Io invece tra quei dischi ci infilai anche il maestrone.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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