Ogni volta che vengo a trovarti ho paura che mi chiudano dentro. Lo so che d'estate chiude più tardi e che comunque c'è un pulsante per chiamare il guardiano, ma un po' di inquietudine mi prende lo stesso. Ieri c'erano cinque fiori finti, un vasetto con la testa di cherubino, due lacci di scarpe azzurri, una cornicetta con una canzone di De André, una tua foto di quando eri bambina. Faceva un caldo dannato, volevo farti vedere la macchina nuova ma non sapevo come portarla fin là. Ci vuole un permesso, pare. Abbiamo parlato un po', in giro non c'era nessuno. Ti ho chiesto se ti piaccio ancora, con tutti questi capelli grigi, e se pensi che stia facendo del mio meglio in quel ruolo doppio di padre e madre che mi hai assegnato. Hai visto come sono tutti arrabbiati, oggi? - mi hai domandato. Facevo bene - hai detto - a non volermi iscrivere ai social. Il discorso è scivolato allora verso la stupidità umana, verso quella smania che tutti hanno di primeggiare, di affermare le loro storte opinioni sopra quelle degli altri, di deridere il prossimo. Una sera di queste mi piacerebbe che guardassimo di nuovo un film insieme, sul nostro divano. Ti ricordi? Mi dicevi Fallo partire che arrivo e poi mi abbracciavi, e sui titoli di testa già ti eri addormentata. E mi piacerebbe andare un'ultima volta a far la spesa in un venerdì di settembre, e rivivere quella sensazione di piccolo spaesamento di quando mi sparivi tra le corsie. Quella era la stagione della felicità, ma come ogni stagione della felicità, la percezione di che fortuna fosse ti cade addosso dopo, quando è evaporata. Pure, quando portavo nostra figlia al cinema che era piccolina, o a comprare fumetti alla Standa, il sabato pomeriggio d'inverno, l'idea perfetta che tu ci aspettassi a casa era già da sola una bastevole meraviglia in grado di smentire tutti i luoghi comuni.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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