Passa ai contenuti principali

Ti ricordi?

Ogni volta che vengo a trovarti ho paura che mi chiudano dentro. Lo so che d'estate chiude più tardi e che comunque c'è un pulsante per chiamare il guardiano, ma un po' di inquietudine mi prende lo stesso. Ieri c'erano cinque fiori finti, un vasetto con la testa di cherubino, due lacci di scarpe azzurri, una cornicetta con una canzone di De André, una tua foto di quando eri bambina. Faceva un caldo dannato, volevo farti vedere la macchina nuova ma non sapevo come portarla fin là. Ci vuole un permesso, pare. Abbiamo parlato un po', in giro non c'era nessuno. Ti ho chiesto se ti piaccio ancora, con tutti questi capelli grigi, e se pensi che stia facendo del mio meglio in quel ruolo doppio di padre e madre che mi hai assegnato. Hai visto come sono tutti arrabbiati, oggi? - mi hai domandato. Facevo bene - hai detto - a non volermi iscrivere ai social. Il discorso è scivolato allora verso la stupidità umana, verso quella smania che tutti hanno di primeggiare, di affermare le loro storte opinioni sopra quelle degli altri, di deridere il prossimo. Una sera di queste mi piacerebbe che guardassimo di nuovo un film insieme, sul nostro divano. Ti ricordi? Mi dicevi Fallo partire che arrivo e poi mi abbracciavi, e sui titoli di testa già ti eri addormentata. E mi piacerebbe andare un'ultima volta a far la spesa in un venerdì di settembre, e rivivere quella sensazione di piccolo spaesamento di quando mi sparivi tra le corsie. Quella era la stagione della felicità, ma come ogni stagione della felicità, la percezione di che fortuna fosse ti cade addosso dopo, quando è evaporata. Pure, quando portavo nostra figlia al cinema che era piccolina, o a comprare fumetti alla Standa, il sabato pomeriggio d'inverno, l'idea perfetta che tu ci aspettassi a casa era già da sola una bastevole meraviglia in grado di smentire tutti i luoghi comuni. 

Commenti

Post popolari in questo blog

Febbraio

Mi piace star qui con te a ragionare di aiole e di mare. Che il giardino andrebbe curato di più e che il mare è troppo lontano per comprarci casa. Mi piace star qui con te a non contare il tempo, mentre fuori passa furibondo, rendendo infelici gli uomini. Il brutto mondo rimane al di là di questo palco, persino oltre la platea. Ci sono storie che ho sentito raccontare dai miei ragazzi, quando erano loro a far lezione e io spalancavo le orecchie, incoraggiandoli alla narrazione. No, era più un'istigazione a delinquere, le cose migliori che ho potuto insegnare sono quelle che si configurano come reati. Le storie erano tante ma a un certo punto si mischiavano in una, come le onde del mare che a riva diventano un frangente compatto. Vuoi sentirla? Parla di due persone che si amano ma non se lo dicono, e di altre due che non si amano e si giurano ogni giorno amore eterno. Però non sono quattro persone, come potrebbe sembrare, ma soltanto tre perché una fa parte sia della prima che della...

Processo a mio padre

Davanti casa mia c'è questo marciapiede dritto come una promessa dove mio padre, incamminandosi, diventava papà. Da un anno e mezzo ci abito sopra, se mi affaccio dalla finestra del soggiorno lo vedo, eppure lui non passa mai. Talora mi affaccio anche per guardare se per caso io e lui passiamo insieme ma non è mai successo: magari passiamo zitti quando mi addormento sfinito, e tutto è inutile. Oppure passiamo in certe sere d'aprile verso le otto, quando l'ora legale ha già preso il suo posto nel mondo e il cielo sorride, colle striature bianche a sporcare il celeste, e lui, col chiavistello della tabaccheria in mano, smette di essere quel che solitamente è e diventa l'uomo che vorrei fosse stato. Se è così, mi affaccerò nelle sere d'aprile che verranno, con la speranza rinnovata. Perché quel marciapiede deve avere, nell'impasto del cemento, nei sassi colorati che sembrano di fiume, nel labbro spaccato dai paraurti, il potere misterioso di sciogliere gli uomini e...

Ragazze di un altro tempo

La collina del Censo è l'ideale per stare da solo. Ci salgo di domenica ma anche nei feriali, calzo scarpe comode e con la musica giusta nelle orecchie percorro tre volte, talora quattro, l'anello che la cinge per tutta la lunghezza. Ieri la mia volontà e la mia rappresentazione coincidevano, non succede spesso, e così con un solo gesto ho assecondato entrambe. Là in mezzo al sentiero, tra due file alte di alberi giovani e i rumori del bosco smosso dagli animali, mi sono riappacificato. A casa mi aspettavano silenzio e pensieri leggeri, buoni propositi per l'avvenire e un paio di sogni che ho lasciato qui a irrobustirsi, e che riprendo a sfamare ogni volta che mi arrampico fino a questa altezza. Mentre cenavo in radura, il cielo si è illuminato. Sopra quella gobba d'Appennino si è tinto di un celeste insincero: nessun cielo può riflettere tanta innocenza se guarda alle atrocità degli uomini. Ciononostante gli ho creduto, mi sono lasciato ingannare. A un tratto il vento,...