Io come scrittore ho fallito, come padre credo di no ma come scrittore ho perso. Per come la vedo io, la vita non è un tutta un disastro oppure tutta un trionfo, non si sta mai da una parte o dall'altra della barricata, ma è fatta di sconfitte più o meno cocenti e di più o meno esaltanti vittorie. Come padre sono stato bravo perché ho fatto con mia figlia il contrario di quello che mio padre ha fatto con me: vicinanza invece di lontananza, canzoni serie invece di sermoni, gesti d'affetto invece di sguardi di ghiaccio. Così facendo le ho incoraggiato un temperamento ironico, cinico e sentimentale, qualità che possono sembrare inconciliabili ma che a mischiarle insieme danno un effetto niente male. Come scrittore invece ho cercato di raccontare gli uomini, per quanto la mia piccola arte me lo ha permesso. Il guaio è che gli uomini non amano essere raccontati e quando pur parli di loro non se ne accorgono, pensando sempre che stai inventando storie assurde, tanto per rimorchiare. Questa terribile umanità, così innocente e feroce, io la conosco, l'ho vista negli ospedali terminali, dove la disperazione si mischia all'ossigeno e ti si infila nel naso a ogni respiro che fai. Per anni ho creduto che raccontare storie sarebbe servito a migliorare il mondo. In piccola parte, beninteso, in percentuali insignificanti, ma meglio di niente. Ho pensato che le persone che ho amato potessero trovare dentro quelle storie l'uomo che di fronte a loro non aveva la forza di essere altrettanto sincero. Invece quelle storie le hanno lette migliaia di estranei e pochi degli amori che ho cercato di tenere in vita. Per cui si scrive per quelli che stanno lontano, ed è come gettare un ponte di corde da un dirupo all'altro, nella foresta amazzonica. Addolcire il dolore è possibile, se scrivi in un certo modo. Addomesticare le bestie selvagge è un'impresa, ma ce la si fa. Farsi capire dalle persone è un tentativo francamente disperato. Ciò non toglie che continuerò a provare: se non altro mi darà quel sollievo che nei farmaci e nelle facce di cera che ho intorno trovo con sempre maggiore difficoltà.
C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...

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