Certe sere di maggio il vento leggeva i miei libri, sfogliava dispettoso le pagine, indugiava sui capoversi mentre io, innamorato, aspettavo che sotto il balcone passasse l'amore del mese. Io credo che in quelle sere si diventi immortali e che tutte le stagioni che seguono siano il tentativo di restaurare quello stupore, come si fa coi vecchi film. Mi sa che è lo stupore a mantenerci giovani, a riempirci d'allegria, a scortarci fieri e dissoluti dentro i ricordi, benedetti loro. Ieri, in un paese cui si arriva dopo duemila curve e trecento tornanti ho mangiato un cremino, seduto al tavolo di plastica di un caffè anni Settanta, la lista dei gelati Motta attaccata fuori e il barista con la matita e il taccuino in mano per le ordinazioni. Le ragazze scortavano leggere i loro sogni chiassosi lungo il corso, dov'è c'è il tabernacolo di un'edicola in vendita. Sta così da un mucchio di tempo, non la vuole nessuno, dice il barista mentre mi serve il cremino su un vassoio con tovagliolo e bicchiere d'acqua, come si faceva un tempo coi clienti di riguardo. Sono tentato di sentire quanto vogliono e poi, una volta che l'ho riempita di giornali, libri e figurine degli animali, passare là dentro il resto della mia vita, bisognoso di nulla e felice di fare la fame. Che meraviglia che sono, certi minuti della nostra vita, che scandalosa pienezza. Ho traslocato quello stato di grazia fino a stamattina, quando sono corso a Otricoli per una call - unica concessione alla modernità delle ultime ventiquattr'ore - e poi da mia figlia, a lasciarle la macchina. Risalendo la città dal basso, mi sono rivisto piccolino e ignaro di tutto a manovrare al contrario il girello di san Girolamo, che già allora facevo di testa mia, infischiandomene delle regole. Dal portone della casa di fronte uscivano la domenica sera tutte le persone che amavo, nessuna esclusa, e adesso che sono quasi tutte morte, chi mi resta da amare? In realtà ce ne sono un sacco, hanno preso il posto di quelle di prima perché le persone cui voler bene non finiscono mai, si danno soltanto il cambio. E anche questo, dovete credermi, è motivo di stupefatta felicità.
C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...

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