Certi giorni mi dà di volta il cervello e allora faccio 180 chilometri tra andata e ritorno per andare a mangiare un gelato. La gelateria si chiama Gambella, sta in piazza Mazzini a Tarquinia: appena si entra in città per la salita di via della Salara ve la trovate sulla sinistra, dieci metri prima del museo cittadino. Quando ci vado, ci vado preferibilmente al tramonto, nelle prime settimane d'estate. A quell'ora il caldo si placa un po' e il mare, laggiù in lontananza, oltre la terrazza panoramica e la balaustra di pietra, è il Tirreno docile e pescoso di cui si innamorò Enea. Tutta quella bellezza gli invase gli occhi e lo convinse a fermarsi da queste parti, dopo tanto vagabondare. Con me sta provando a fare lo stesso. La tentazione di comprare un mini appartamento è trasferirmi qui è forte, ha una voce chiara. Dovrei lasciare Narni, la mia vita cambierebbe pelle un'altra volta, non so se potrei sopportarlo: troppe mutazioni ti fanno dimenticare chi sei. Ma nello stesso tempo la metamorfosi è essenziale alla sopravvivenza, quindi viva il paradosso e chissà se sarò mai capace di decifrarne a mio vantaggio la doppiezza. Qui, su questo balcone quadrato che sembra uscito da un film di Sorrentino, vivo per intero il concetto di libertà. Non soltanto lo sfioro, non soltanto ne assaporo il sentimento come faccio con lo zabaione e il torroncino di questo cono gigante ma me ne impossesso, e ne faccio vanto. Non saprei dire perché succede. Soprattutto, non saprei dire perché succede qui e non altrove. Magari tremila anni fa ero un etrusco. Se credessi al mito della reincarnazione, sarebbe la spiegazione più logica. Quassù, tra i tavolini di questo caffè, tra le ragazze che ridono allegre e i turisti tedeschi che scendono dai pullman, sono completamente padrone del mio destino. Non c'è nessuna esigenza familiare, nessun contratto editoriale, nessun amore, nemmeno il più prodigioso, che potrebbero farmi dubitare di una sensazione così netta. Che è più trasparente di qualunque sospetto di felicità mai architettato, è l'unica idea di libertà assoluta che mi sia mai capitato di concepire. E per questo, prima che sia troppo tardi, dovrò assecondarla.
C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...

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