Per andare a comprare le verdure passo sotto la casa dei nonni materni, oggi un casermone disabitato con le persiane chiuse. Là davanti rallento sempre il passo, torno indietro di cinquant'anni, quando tutti erano vivi e tutto il bene era intatto. Gioco un po' con la memoria e alla fine, intenerito, vado a prendere le zucchine e la rucola. Oggi ho fatto lo stesso ma un pensiero laterale ha insistito per infilarmisi in testa. Bisticciava, quel pensiero, proprio con il concetto di bene, lo complicava, lo ingarbugliava come un gomitolo. Per tutta la vita ho creduto che il bene fosse di un tipo soltanto, e che al massimo esistessero delle gradazioni, delle categorie, cosicché c'è chi te ne vuole un po' di più e chi un po' di meno. Oggi temo di aver intuito in realtà che il bene è come le persone: ce ne sono di tanti caratteri differenti. Mio nonno per esempio, Gino, mi dimostrava un bene burbero, sbrigativo, poche parole e molti piccoli sacrifici per accontentarmi. Mio padre, Pietro, un bene polemico, gerarchico, sottraeva a se stesso il ruolo di genitore affettuoso per farmi allenare in anticipo alla solitudine. Mia madre, Rita, un bene allarmato, ansioso: ogni idea che mi veniva in testa era automaticamente un pericolo già prima che provassi a realizzarla. Mio zio, Gastone, un bene artistico, vagamente insofferente delle regole: musica classica, cinema, partite a pallone due contro tre in un campo di sassi dalle porte arrugginite. Insomma uno si vede rivolte una miriade di dimostrazioni d'amore diverse e da ragazzino non lo sa, e se anche lo sapesse farebbe fatica a distinguerle. Quando a mia volta sono stato padre, e marito, e fratello, e anche amico, devo aver fatto lo stesso ma come col pilota automatico: senza rendermene conto. Ci si perde, tra tutte le forme infinite del sentimento. A tal punto che qualche volta non sembra più bene ma un'altra cosa, un'insofferenza, un fastidio, la malsopportazione della tua natura eccentrica di cui tuttavia non ti senti colpevole.
C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...
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