Allora, ieri con L'isola greca eravamo a Otricoli, in una piazzetta che è un giardino fiorito, appena dentro le mura castellane, piazza Guglielmo Pepe si chiama, curata, romantica e perfetta per i libri poco di moda ma che resteranno nel tempo, come il mio. Scusate la presunzione. Scusate la presunzione ma se uno dopo che per scrivere ha sacrificato mesi insonni e amori potenziali non ci crede un poco, era meglio fosse andato al cinema, a far la spesa oppure al mare, sulle tracce della felicità passata. Tutta quella impresa invece, e le parole levigate dal vento dell'Egeo, ieri sono tornate in bocca al narratore e complice un altro vento, quello caldo e leggero dei pomeriggi di aprile, son volate fino alle persone lì assiepate, che le hanno inspirate con buona incoscienza, che dio le benedica. Ne è uscito un evento quasi miracoloso, chi ci sperava che lo sarebbe stato? Tra una cosa e l'altra ho ricordato per la centesima volta di non avere padri e madri cui esser debitore per questo mio artigianato di parole graziose, né metaforici né letterali, e allora, orfano e allegro, mi sono divertito un mondo a raccontare la fantasia di una storia audace innestata di concetti eterni, come il logos e la memoria necessaria a tenerlo in vita. La platea era tutta orecchi. Che altro può desiderare lo scrittore se non di incuriosire il pubblico e poi firmare emozionato, di grafia storta, il proprio strambo nome sulla terza pagina? E così è successo, e le copie che mi ero portate non mi sono bastate, che è un'altra di quelle evenienze che capitano davvero di rado. Ho ricordato infine come fare lo scrittore significhi avere la schiena dritta, sempre, anche quella è una lezione di vita che nessuno mi ha insegnato, o forse altri libri, chissà, autori titanici a cui ho rubato vezzi e manie, dagli anni della giovinezza fin qua. Ma certamente nessun parente né genitore, e di questo sono grato, perché è sempre meglio costruirsi una strada temeraria da soli che imboccare quella comoda e avvilente che ti suggeriscono gli altri.
C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...

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