A un certo punto non respiravo più e così uscii alla notte. Ero in debito di ossigeno, la festa s'infittiva di persone moleste e convenevoli, tutte cose che non fanno per me. Che ci facevo lì, in una villa da ricchi su un promontorio di Puglia a picco sul mare? Mi aveva invitato una tipa, tre ore prima, a una presentazione, m'ero lasciato convincere dopo che aveva fatto duemila complimenti al mio libro senza averlo neanche letto. Provavo un senso di riconoscenza, si vede. Solo che a un certo punto ne ebbi abbastanza, scoppiavo. Il fumo passivo, i discorsi vuoti, l'emicrania. Trovai una porta che dava sulla libertà, la varcai. Le stelle splendevano sopra un terrazzo non adatto a chi soffre di vertigini; sotto, Vieste, cara alla dea, snodava i suoi vicoli fitti di passamanerie fino al mare. Da quel punto di vista il mondo sembrava un posto ben abitato, ordinato, in pace. Mi venne lì l'idea di ambientarci un romanzo nuovo, in un incanto del genere, e quella notte concepii L'isola greca come avrei concepito un figlio, se avessi avuto una donna innamorata a viaggiare con me. La padrona di casa era dietro a mille ospiti variopinti, a ognuno dei quali riservava esclamazioni entusiaste e stupore a vederlo arrivare. Li aveva invitati lei, perché era così incredula se le piombavano in casa? Calcolai a mente la distanza tra il mio mondo e il suo, il divario che deve pur esserci tra chi faticosamente scrive e s'arrampica sul passato e chi vive un eterno presente che è il tempo più mortalmente orizzontale che esista. Decisi che non me ne importava, di capire come una donna come quella potesse interessarsi a un romanzo come il mio, quella sera non mi curai di fare da interprete tra due mondi dal linguaggio tanto differente. E invece mi lasciai corteggiare dalla notte. Dalle luci delle barche dei pescatori, che già partivano per il largo, ben prima dell'alba. Da un satellite che a un certo puntò rigò la volta scura e la rese fosforescente, o almeno così a me parve, per via dei miei occhi da sognatore. Bevvi un liquore che non mi sembrò ignobile ma non me ne intendo. Leggero nell'anima, verso le tre, salutai la padrona di casa, stanca e invecchiata in poche ore, le baciai la mano e tornai in albergo sulle mie gambe.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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