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Il numero settecento

Mi sono perso. Ho girato a vuoto per certe colline che credevo familiari, il gps non prendeva, nei paraggi nessuno a cui chiedere la strada. Cercavo una certa locanda che in una canzone del settantatré viene cantata come un posto di frontiera, ero certo esistesse davvero, volevo vedere com'è fatta, che gente la frequenta. Quando stavo per darmi per vinto l'ho trovata. I posti come questo, di confine, io li amo, li eleggo a covili di creatività perché là dentro passano mille venti, centomila viaggiatori, e ogni vento e ognuno di quei viaggiatori ha una storia da raccontare, e a intrecciarle ne viene fuori una inedita che ha in sé tutte le intonazioni delle altre ma una stravaganza solamente sua. Quando finisce il giorno in quegli avamposti lontani arriva il silenzio, le voci smettono di bisticciarsi e io posso abitare una veranda con vista sui campi di girasole come fossi in Alabama, e provare a confessare in libertà quello che ho in testa. Eccola, l'eucarestia della scrittura. Se guardo indietro, ed è una tentazione che talora assecondo, vedo un viaggio sfiancante, cominciato tredici anni fa e arrivato oggi a settecento stazioni, come una via crucis esagerata. "Apri un blog" - mi disse la mia prima editrice, e io neanche sapevo cosa fosse ma siccome amo fare cose mai fatte le detti ascolto. Da allora ho cantato come ho potuto il dolore stanziale e la felicità fatua, che al contrario di quello ha natura di scirocco, soffia e scompiglia a suo capriccio, e ho cantato l'amore in tutte le forme possibili, che a onor del vero non sono poi tante. Probabilmente ho scritto settecento volte la stessa cosa, la ribellione al nulla, ma ogni volta camuffandola con intrecci talmente fantastici da farli creder veri e con parole libere e graziose come le ragazze per cui ho perso il sonno. Ho letto tutto quello che avete scritto sotto alle mie confessioni, giuro, e a furia di commenti entusiasti ho finito per credermi davvero scrittore, che se fosse stato per me non mi ci sarei mai definito. Per questo, a dio piacendo, continuerò a farneticare. Perché ho ancora un sacco di storie immaginarie da spacciare per vere e altre accadute da romanzare a puntino, e perché questa dipendenza reciproca per cui non c'è cura aiuta voi e me a sopportare meglio il mondo. 

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