Passa ai contenuti principali

La spia

Un bracciale quattro euro, tre bracciali dieci euro. La signora fuori del supermercato ha un espositore al collo e dentro ci tiene anche pendenti a goccia, anellini, cavigliere sonanti. Mi chiede di darle una mano e io metto la scusa del dentista, che poi una scusa non è, ci devo andare davvero, è lì a una svolta d'angolo. Dopo ripasso - le dico. Intento vagamente ipocrita che è pure il modo più pratico per prendere tempo, ragionare sulla mia taccagneria e dar modo alla coscienza di mordermi le viscere, facendomi sentire peggio di Ebenezer Scrooge. Così, mentre aspetto il mio turno, mi immagino al posto di quella donna: fuori da un centro commerciale a elemosinare monetine, buttato per strada con un bicchiere del McDonald's davanti alle palle, in fila alla caritas per il pranzo della domenica. Cambierei sesso, età, etnia, ma sarei sempre io: uno che il caso ha voluto far nascere dalla parte sbagliata del mondo. A quel punto, se sei un essere umano degno della qualifica - e io talora lo sono, ma purtroppo non sempre, maledizione, non sempre - ti si accende una spia nella testa, o nell'anima, o da qualche altra parte invisibile agli altri del tuo corpo fortunato, ed è come quella della benzina, quando la macchina è in riserva. Lampeggia per un po' e poi diventa una luce fissa, insistente, che ti guarda come un occhio inquisitore e se non ti sbrighi a far rifornimento resti a piedi in mezzo all'autostrada. E allora torno indietro, mentre l'infermiera mi convoca sulla sedia di tortura torno sui miei passi -  lei pensa che me la faccia sotto, ci scommetto - e grazie al cielo la signora e la sua bigiotteria sono ancora lì. Quanto lo fa un braccialino? - le domando, fingendo di non ricordarmelo. Me lo ripete e le si allarga un sorriso, e poi mi confessa Sono sempre quelli meno ricchi i più generosi. Mi viene il sospetto che abbia hackerato il mio conto e ci abbia guardato dentro, ma lascio correre. Però lo voglio di questo colore e di quest'altro - pretendo, - perché è per mia figlia e sono i colori della sua squadra di basket. Lo troviamo, di quel colore esatto, e le lascio giù il resto, vanitoso filantropo che non sono altro. Dopo, e pur soltanto per qualche minuto, mi sento in pace col mondo, e anche il trapano del mio amico cavadenti fa meno danni, oggi. Finalmente ho la prova, dopo tanta teoria, che dare una mano agli altri spegne anche i dolori fisici più ostinati. 

Commenti

  1. Un'anima bella come la tua sa ragionare sul mondo e su chi ci vive. Grazie.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ti ringrazio: a volte mi è necessario scrivere del mondo e delle sue contraddizioni.

      Elimina

Posta un commento

Grazie per aver commentato il mio post

Post popolari in questo blog

Febbraio

Mi piace star qui con te a ragionare di aiole e di mare. Che il giardino andrebbe curato di più e che il mare è troppo lontano per comprarci casa. Mi piace star qui con te a non contare il tempo, mentre fuori passa furibondo, rendendo infelici gli uomini. Il brutto mondo rimane al di là di questo palco, persino oltre la platea. Ci sono storie che ho sentito raccontare dai miei ragazzi, quando erano loro a far lezione e io spalancavo le orecchie, incoraggiandoli alla narrazione. No, era più un'istigazione a delinquere, le cose migliori che ho potuto insegnare sono quelle che si configurano come reati. Le storie erano tante ma a un certo punto si mischiavano in una, come le onde del mare che a riva diventano un frangente compatto. Vuoi sentirla? Parla di due persone che si amano ma non se lo dicono, e di altre due che non si amano e si giurano ogni giorno amore eterno. Però non sono quattro persone, come potrebbe sembrare, ma soltanto tre perché una fa parte sia della prima che della...

Processo a mio padre

Davanti casa mia c'è questo marciapiede dritto come una promessa dove mio padre, incamminandosi, diventava papà. Da un anno e mezzo ci abito sopra, se mi affaccio dalla finestra del soggiorno lo vedo, eppure lui non passa mai. Talora mi affaccio anche per guardare se per caso io e lui passiamo insieme ma non è mai successo: magari passiamo zitti quando mi addormento sfinito, e tutto è inutile. Oppure passiamo in certe sere d'aprile verso le otto, quando l'ora legale ha già preso il suo posto nel mondo e il cielo sorride, colle striature bianche a sporcare il celeste, e lui, col chiavistello della tabaccheria in mano, smette di essere quel che solitamente è e diventa l'uomo che vorrei fosse stato. Se è così, mi affaccerò nelle sere d'aprile che verranno, con la speranza rinnovata. Perché quel marciapiede deve avere, nell'impasto del cemento, nei sassi colorati che sembrano di fiume, nel labbro spaccato dai paraurti, il potere misterioso di sciogliere gli uomini e...

Ragazze di un altro tempo

La collina del Censo è l'ideale per stare da solo. Ci salgo di domenica ma anche nei feriali, calzo scarpe comode e con la musica giusta nelle orecchie percorro tre volte, talora quattro, l'anello che la cinge per tutta la lunghezza. Ieri la mia volontà e la mia rappresentazione coincidevano, non succede spesso, e così con un solo gesto ho assecondato entrambe. Là in mezzo al sentiero, tra due file alte di alberi giovani e i rumori del bosco smosso dagli animali, mi sono riappacificato. A casa mi aspettavano silenzio e pensieri leggeri, buoni propositi per l'avvenire e un paio di sogni che ho lasciato qui a irrobustirsi, e che riprendo a sfamare ogni volta che mi arrampico fino a questa altezza. Mentre cenavo in radura, il cielo si è illuminato. Sopra quella gobba d'Appennino si è tinto di un celeste insincero: nessun cielo può riflettere tanta innocenza se guarda alle atrocità degli uomini. Ciononostante gli ho creduto, mi sono lasciato ingannare. A un tratto il vento,...