Dove va questa strada lenta come una cintura dopo pranzo? Dove mi portano queste curve ampie come seni di donne in carne? Laggiù. Laggiù dove c'è una casa fiorita, una riserva di api, una grondaia e sopra la grondaia un nido di rondini, e in mezzo al giardino un pozzo, uno gnomo col cappello rosso e una carrucola. Laggiù io mi fermo, spengo il motore e non ho padri né madri, e non ho amori da corteggiare né libri da scrivere. Una figlia sì, una figlia non la puoi mettere e togliere, una figlia è il sentimento più feroce. Con lei nell'anima, la mia eccezione al disimpegno, respiro e l'aria scende finalmente ai polmoni, li gonfia, li fa dolere di una fitta puntuta: tutta salute, dicono. Sono venuto da queste parti una dozzina di anni fa, il mio medico di allora aveva un ambulatorio qui, tra le colline pettinate a semina, e io pensai che solo per il fatto di farmi visitare in mezzo a tanta bellezza fossi già risanato. La fame d'aria in effetti si placò e ogni volta che torna mi viene la voglia di riaffacciarmi a questa clinica senza muri, psicofarmaci e aerosol. Qui ridivento felice, perché la felicità è quello: un ridiventare, e riannodo in testa gli anni della giovinezza, e i passati languori, e le ostilità feroci, e mi accorgo che non c'è differenza tra ieri e oggi. Il tempo non conta, le rughe si spianano, i capelli ritornano scuri, a queste latitudini. E il clamore degli uomini, le loro baruffe noiose, restano indietro, e tutto è una seconda occasione, un modo per ricominciare evitando gli errori commessi, e tutto il disamore elargito. Dopo un po' però avverto una mancanza, mi accorgo incompleto. Mi manca il campo di battaglia, mi mancano le voci degli avversari, le derisioni di chi credevo dalla mia parte. Di tutto questo uno scrittore si nutre, o la sua voce muore. Di tutte le parole spese a combattere il destino e chi ci si nasconde dietro per pronunciarsi innocente. E a quel punto ritorno. Ripongo in macchina tutta la pace che c'è, ne faccio scorta e ripercorro al contrario la strada lenta del mattino. Laggiù è bellissimo ma è solo un contrattempo, come spingere il tasto pause quando guardi un film. La verità è corrotta, perversa. E io devo viverci dentro per poterla raccontare senza immaginarla.
C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...

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