Anche a Itieli c'è il mare, se hai fantasia: oggi ho provato a sentirlo. Non a vederlo, perché l'immaginazione non arriva a tanto, ma mettendomi a favore di vento ho tentato di ascoltarne i sussurri, dal litorale lontano. La radura era al sole, ho calcato il cappello di paglia del debutto teatrale, quello di tre anni fa, ho aperto il Corriere della Sera e le pagine in memoria di Alex Zanardi mi hanno invaso l'anima, per quanto esemplare è stata la sua vita e per come ci ha migliorati la sua ostinazione magnifica a non piangersi addosso. Poi esausto ho chiuso gli occhi un momento, l'erba tagliata di fresco mi volava attorno in circolini dispettosi: edera, denti di leone, tarassaco, biancospino, tutto un turbinio. Ho chiuso in un ripostiglio i pensieri molesti come si ripongono le valigie al ritorno da un lungo viaggio e son rimasto a farmi corteggiare da quelli leggeri, che contemplano la fortuna di vivere in un'epoca che amo accanto a persone fantastiche, al netto del dolore che tutti un poco ferisce, e accompagna. A quel punto è arrivato il mare. Nella mia memoria che certe volte viaggia a scapicollo all'indietro son tornato alla spiaggia di Numana, l'Adriatico che un tempo solcarono le triremi romane, in rotta verso l'Illiria. Lì ci passai una settimana di vacanza borghese, senza lussi, però, e senza vizi, e la gente faceva tanto d'occhi sotto gli ombrelloni mentre leggevo con fatica La peste, di Camus. Che gran libro, quello. Ogni pagina o due mi riposavo e dormicchiavo, per capire quel che avevo letto, e i rumori della spiaggia mi corteggiavano spegnendosi poco a poco, ed era rassicurante avere attorno tutte quelle famiglie che si impegnavano a restare insieme. Le raccomandazioni delle madri, le voci squillanti dei venditori di collane, l'altoparlante che invitava gli ospiti della pensione alla festa hawaiana, la sera, e quello del circo Togni che montava il tendone in piazza, e solo per il primo spettacolo potevi acquistare due biglietti al prezzo di uno. Tutto, è tornato tutto, mentre fingevo di dormire sulla radura davanti casa. E infine la voce di chi ho amato: è tornata anche lei. La sua mano che mi toccava il viso, e l'intero palcoscenico di una stagione grandiosa. Tutto quello che credevo disperso, oggi, verso le tre, è arrivato dal mare a dirmi un'altra volta che se la nostra vita è scritta, è scritta dal narratore più grande di tutti. L'unico che non ama farsi vedere in giro.
C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...

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