Se ho smesso di volerti bene non vuol dire che non te ne ho mai voluto. Per me confondi l'amore con il tempo. Per il tempo che siamo stati insieme ti ho voluto bene: non dobbiamo per forza credere che se l'amore non è per sempre allora non è amore. Ti ho amato e poi ho smesso. E tu hai amato me, credo, e non hai ancora smesso, o hai smesso e non vuoi ammetterlo. Capita che se due si lasciano, l'amore non finisca in quel momento per entrambi. Oppure sì ma è raro. Quello che voglio dirti, ragazza, è che mi piaceva stare con te, e poi a un certo punto non mi è più piaciuto. Ho cominciato a trovarlo fastidioso. Il concetto di piacere è quanto di più replicabile, se due persone si amano, ma non all'infinito, non trovi? Il sentimento si irrobustisce di euforia, talora, e certe sere avrei voluto che non te ne andassi mai, come quella volta che cenammo sulla spiaggia di Metaponto, davanti allo Jonio luminoso. Un anno dopo, in una circostanza simile, non vedevo l'ora di tornare a casa: eri diventata vuota, fatua, inospitale. O magari ero io a essermi trasformato in qualcosa di peggio rispetto all'uomo che conoscevi, e non volevo mi vedessi così cambiato. Non starei qui a pesare colpe e responsabilità, non è il caso e in fondo non è importante. Per quel poco che ne capisco, l'amore è un fatto istintivo, come gran parte dei gesti che facciamo. E come gran parte dei gesti che facciamo, un giorno ci va di assecondarlo, un altro no. Ci si inaridisce, te lo concedo. Si diventa più esigenti, meno disposti a soprassedere. E allora è opportuno darci un taglio, non ti pare? Ma ti ho voluto bene. E quando ti ho voluto bene ne ho voluto solo a te, e per un paio di stagioni ho anche dimenticato di dover morire. Questo fa l'amore: rende immemori. E poi finisce, si rompe, si usura, logora, guasta. Perché è l'amore tra due esseri umani che non sono mai uguali a se stessi per ogni minuto che passa, cambiano pelle e cambiano idee. Ma quando ti ho detto Ti amo, devi credermi, era tutto vero. Solo che la fine dell'amore era tutta sottintesa nella sua pretesa di eternità.
C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...

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