Hai poggiato le tue gambe nude sopra le mie spalle e accanto a noi c'era Cesare Pavese. Gli ho detto Maestro, sia testimone che amo questa ragazza, lui ha sorriso e ha risposto D'accordo, non mi capita tanto spesso di fare qualcosa a fin di bene. Prima ero venuto a trovarti in ospedale, parlavi da sola, ho creduto fossi con qualcuno al telefono ma il tuo telefono era morto sopra al comodino. Gli effetti avversi dell'anestesia, mi ha spiegato l'infermiera: hai tolto la cistifellea, hai un piccolo sfrego sulla pancia. In sogno tutte le cose che non possiamo fare da svegli sono contrattempi lievi e allora ti ho convinto a scendere dal letto, ho aspettato che rinsavissi e siamo andati fuori. C'era un giardino fatto a gradoni, ti sei seduta su una panchina e hai alzato le gambe sulle mie spalle. Io stavo seduto su un muricciolo di fronte a te, Pavese si godeva la scena, come un ramarro al sole. Ti ho respirato, ti ho sentito dentro al naso, fino alla gola, e benché fosse una finzione mi sono innamorato come nella realtà. Poteva essere aprile, mese perfetto per le mutazioni. Vorrei resuscitare anch'io - ti ho confessato, e tu hai risposto Chi ti credi di essere? e abbiamo cominciato a ridere. Poco, perché a te tiravano i punti. Da sveglio, davvero, mi servirebbe la stessa caparbietà dei sogni, la medesima ostinazione di libertà. Liberarsi è giusto. Giusto e bello. Mia figlia stamattina, prima del pranzo ipocrita della festa e prima che ti incontrassi nel sonno delle tre di pomeriggio, mi ha detto Devi fare qualcosa per stare meglio, per stare bene. Non è stato un miraggio, eravamo all'Isola, un bar di confine dove ti accolgono con la grazia di un tempo, ci siamo raccontati i progetti che abbiamo come fossimo amici e avessimo la stessa età. Io che ho trent'anni più di lei ho meno stagioni davanti, e devo fare in fretta. Una dichiarazione di indipendenza, a questo punto, non è più rimandabile.
C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...

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