Una sera di maggio, avevo diciannove anni, tornai a casa in corriera leggero e innamorato. Fuori dai vetri il sole obliquo colorava l'asfalto di arancione, la primavera mi faceva allegro: sperai che la mia giovinezza fosse una stagione spropositata, così avrebbe fatto fatica a passare. Un paio di settimane prima l'insegnante di italiano mi aveva regalato due libri, me li portavo dietro in una sacca di tela: nei tempi morti, durante i viaggi e in altre attese inerti, leggevo una pagina di qua e una di là. Vedi se noti le differenze - m'aveva detto la prof, ma io per un po' non capii a che diavolo alludesse. Era spesso volutamente oscura, lasciava in giro le sue parole come non avessero valore, fossero vuoti a perdere, invece credo ci tenesse a che le raccogliessi io, e ne facessi buon uso. Da qualche settimana, allora, ero nello spazio, su un pianeta abitato da una pecora, e nello stesso tempo in mezzo al deserto, dentro una fortezza lugubre, in attesa di un nemico che non arrivava mai. Mi sembrarono a un certo punto due romanzi di peso differente. Il principe bambino era una vicenda fatua, piena di buoni sentimenti confezionati ad arte, ed è per quello che aveva tutto quel successo, perché la gran parte delle persone ama leggere storie solo se non deve fare grandi sforzi per capirne il senso. Il tenente Drogo invece ero io, senza divisa. Ero in attesa di un sorriso di mio padre, di una sua approvazione, da che ero nato. E aspettavo anche che quella ragazza fantastica della terza B mi ricambiasse gli occhi, di trovare il coraggio per dire a tutti che avrei voluto studiare cinema, oltre che latino, e di partire per un viaggio sconosciuto senza avvisare nessuno. La mia vita già allora era un continuo aspettare, un rimandare a tempo indeterminato, un procrastinare a chissà quando, e anche adesso è lo stesso, con la differenza che le stagioni che ho davanti diminuiscono di numero e intensità. Quando cominciai a insegnare, una decina di anni dopo, consigliai ai miei ragazzi quel romanzo come lettura privilegiata. Dicevo Se dovete leggere un libro solo, nella vita, leggete quello. Trascurai Manzoni e la sua provvidenza beghina, che incoraggiavano alla rassegnazione. Ma per imparare a vivere e a corteggiare l'attesa del niente come perversa compagna di viaggio, quel romanzo coi Tartari che non arrivano mai è impareggiabile. Così almeno quando uno invecchia senza che ciò che aspetta da sempre sia arrivato, almeno non si sente spietatamente solo, e diverso da tutti.
C'è una murata di scogli a cento metri dalla riva, mia figlia arrivava fin là. Più al largo non si tocca e a turno io e mia moglie le facevamo la guardia, dritti sul bagnasciuga, rischiando l'insolazione. Ciononostante ogni tanto spariva tra quelle onde docili, pochi attimi, per poi riapparire in qualche tratto più vicino alla spiaggia. Troppo tardi, a me era già venuto un infarto. Meno apprensiva mia moglie: forse già sapeva che in capo a tre anni ci avrebbe lasciati soli e voleva mostrarmi come gestire razionalmente il panico di una figlia in mare aperto. In senso letterale e metaforico. Era il 2009 e dopo sedici anni sono tornato qui, ma l'albergo dove soggiornammo inquieti e preda di una felicità a breve termine l'ho solo sfiorato: ho preso una camera nell'albergo accanto dalla cui finestra, guarda tu il caso, si intravede la camera di allora, un suo spiraglio almeno. Perché l'ho fatto? Perché non sono mai riuscito a maledire il passato, provo anzi una sort...

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