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Visualizzazione dei post da dicembre, 2025

Processo a mio padre

Davanti casa mia c'è questo marciapiede dritto come una promessa dove mio padre, incamminandosi, diventava papà. Da un anno e mezzo ci abito sopra, se mi affaccio dalla finestra del soggiorno lo vedo, eppure lui non passa mai. Talora mi affaccio anche per guardare se per caso io e lui passiamo insieme ma non è mai successo: magari passiamo zitti quando mi addormento sfinito, e tutto è inutile. Oppure passiamo in certe sere d'aprile verso le otto, quando l'ora legale ha già preso il suo posto nel mondo e il cielo sorride, colle striature bianche a sporcare il celeste, e lui, col chiavistello della tabaccheria in mano, smette di essere quel che solitamente è e diventa l'uomo che vorrei fosse stato. Se è così, mi affaccerò nelle sere d'aprile che verranno, con la speranza rinnovata. Perché quel marciapiede deve avere, nell'impasto del cemento, nei sassi colorati che sembrano di fiume, nel labbro spaccato dai paraurti, il potere misterioso di sciogliere gli uomini e...

Borghesia fottuta

Insomma a un certo punto a Ben viene regalata una muta da sub e i genitori lo costringono a provarla nella piscina di famiglia, davanti a tutti gli amici schierati. Succede a pagina 47 de Il laureato, romanzo di Charles Webb da cui Mike Nichols trasse nel '67 quel film strafamoso con Dustin Hoffmann. L'ho letto tutto stanotte, tra Natale e santo Stefano, non avevo sonno e non avevo nessuno con cui scambiare quattro parole d'amore. Non lo avevo mai letto, pur avendo visto il film un sacco di volte, sempre in compagnia. Se vai alla ciccia della storia, che è quello che tento sempre di fare, ci trovi la rappresentazione perfino teatrale della borghesia, sia maledetta lei e chi l'ha inventata. Lo so che è stata un'evoluzione naturale della società europea, una decina di secoli or sono, ma qualche volta mi ritrovo a immaginare come sarebbe oggi il mondo se all'uomo non gli fosse venuta l'idea di crearsi il lavoro da sé, di inventarsi un mestiere e di sperimentare...

Un'altra storia di Natale?

E una volta, che eravamo ancora ragazzi, a Natale tagliammo la corda, il primo Natale dopo la maturità. Andammo via in quattro, due uomini e due donne, ogni tanto lo facevamo, a vent'anni. Ci eravamo rotti delle feste in famiglia, quelle che adesso mi mancano, ma erano altri tempi, eravamo sciocchi, invincibili, pieni solo di capelli e istinti di ribellione. Tutti e quattro avevamo pagine bianche davanti - l'avvenire era la cosa di cui ci importava di meno - e una confusione di amori sconclusionati e scoppi di vita su quelle alle spalle. Io m'ero trovato dei lavoretti, per luglio e agosto - servii il caffè ai pensionati in un bar di paese, tenni pulita una piscina in un club privato, un pomeriggio accompagnai in macchina una donna bellissima all'aeroporto - per cui avevo quattrini a sufficienza per quella alzata d'ingegno. Caricammo la Golf di giacche pesanti e partimmo. La meta era Polignano a Mare: cinquecentoventi chilometri, una follia. Ci sembrarono un terzo, t...

Milady

Ho un'amica che ogni tanto ha bisogno di me, mi chiama, vuole che vada da lei, deve parlarmi di cose eccentriche che solo io - giura - posso capire. Stanotte per esempio era passata l'una, arriva un messaggio, so che è lei: chi altri mi può scrivere a quell'ora? Mi infilo il cappotto e la raggiungo, abita a un passo da me, talmente vicina che talora mi sembra stia dentro la mia testa, a quell'ora Narni è gelida e spettrale come nel racconto che ho nell'anima, di castelli e di vento, e che prima o poi scriverò. La trovo in cucina in vestaglia e pantofole, a preparare il Ciobar in un pentolino. Dimostra qualche anno meno di me ma l'età è la stessa, vanta una sequela di amori persi per sventatezza e ha un debole per la vita quando esplode - così la definisce quando cambia, sterza, prende direzioni tutte sue, ingovernabili. Solo che poi ne paga le conseguenze e io con lei. Si è innamorata un'altra volta - dice - e come le cento altre io sono il suo biografo. Le ...

Pagina centouno

Una volta che avevo vent'anni mollai un libro d'amore a pagina cento perché c'era una ragazza che mi spaccava il cuore, e decisi che era meglio viverla, quella passione, che leggerla. Viaggiammo per un po' insieme, inseparabili, uno scherzo di tempo che adesso sembra il vanto di una sera d'estate, eppure, lo giuro, è stato interminabile, tanto che lo fraintesi infinito. Alla giovinezza preferimmo la libertà, tutte e due insieme non si possono avere. Alle tentazioni preferimmo la fedeltà, e fu una stagione di luci specchiate sull'acqua, in qualche posto di mare lontano dal tempo che invecchia. C'era questa indispensabilità reciproca che non auguro a nessuno, se non volete impazzire. Anche meno, ragazzi, anche meno. Innamoratevi, sì, fatelo, è divertente, è un brivido a qualunque età, non crediate che alla mia non succeda. Ma nutrendo sempre il sospetto che sia un abbaglio, un'infatuazione, e privilegiando sempre un po' di ginnastica come si deve a una...

La bufera

Due anni fa tornavo da Parma con un'amica. Mi aveva accompagnato a un festival letterario, secoli prima era stata mia allieva, ora aveva trentasette anni, una compagna fissa da parecchie stagioni e una venerazione decisamente esagerata per quello che scrivevo. Prima di Firenze cominciò a nevicare, era tutto bianco, il cielo e la strada, ci fermammo a un autogrill ad aspettare che smettesse. Col cappuccio in testa andai a prendere due caffé e due brioches e ci chiudemmo in macchina col riscaldamento a palla. Altri viaggiatori fecero come noi e il piazzale del Pavesi si riempì di auto in sosta forzata, piene di rappresentanti imbufaliti, amanti che il ritardo avrebbe fatto sgamare e dentisti che tornavano dalla settimana bianca. Il bello è che non eravamo mai a corto di argomenti, e non c'erano cose di cui con lei non avrei potuto parlare, la totale assenza di sottintesi erotici ci rendeva liberi e leggeri. Così, sfrontatamente, a un certo punto mi chiese se mi ero più innamorato...