A un certo punto, avvertendosi incompleto, sentì il bisogno di abitare altrove. Non in altri corpi, come si dice facciano i diavoli, ma in altri se stesso, e per farlo ebbe bisogno di cambiare città, famiglia, opinioni politiche, schemi mentali, squadre per cui tifare e gusti alimentari. Viaggiò intorno al mondo per qualche stagione, con altri abiti addosso, con riferimenti sentimentali inediti e con nuovi medici di famiglia. Privilegiò luoghi scontrosi e invernali, ma non disdegnò di scendere al mare, di tanto in tanto. Poi dopo giri immensi tornò a casa e li trovò là ad aspettarlo. Non tutti: quelli che contavano, le persone con cui aveva mangiato, pianto, creduto alle parole delle canzoni. Le ragazze con cui aveva fatto l'amore. La gente che gli aveva regalato tempo e allegria senza volere in cambio nulla. Li trovò incredibilmente giovani, erano sempre loro: le donne le stesse acconciature, le stesse voci sonanti, gli uomini la medesima galanteria perché gli altri, i malfattori, i bruti, erano stati banditi. Cenarono insieme, con la leggerezza che nemmeno un tempo avevano mai avuto, neanche nel 1983, quando erano adolescenti e ballavano a carnevale nella mansarda sopra la prateria. Quella era la stagione dei presagi innocenti che si sarebbero rivelati fatui e degli altri, spietati, che sarebbero diventati realtà. Ora il destino li aveva attraversati, tramortiti e lasciati vivi, a raccontarsi la bellezza che tutti loro avevano ancora addosso e i pericoli mortali che avevano sconfitto. Si promisero di invecchiare insieme. Lo avevano già fatto ma lo ribadirono, come un rito periodico da ravvivare, come il patto che si rinnova a messa con dio. Si volevano bene e talora, in certi anni disperati, non seppero cosa era successo l'uno all'altro, e capirono che è normale, e allora passarono la notte ad aggiornarsi. Si riepilogarono figli, sventure e contrattempi. E così facendo la resero immortale, quella notte, assieme a tutte quelle sante memorie.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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