La dolcezza delle sere settembrine, a mezzanotte, sulla spiaggia di Favignana, tra le onde luminose che ci pungevano i piedi: non credo di aver vissuto mai una felicità paragonabile a quella. In cento altre occasioni sono stato felice ma la profondità del sentimento alcune volte era meno un abisso, e invece nelle Egadi non se ne vedeva il fondo. Lì dimenticai gli acciacchi, la mia ipocondria, scordai che siamo preda del mercato, che qualcuno talora si fa beffe di noi e giurai solennemente che la vita mi piaceva. Lo giurai a una ragazza dagli occhi tristi e la bellezza manifesta, che giocava la sua indipendenza dentro una vacanza solitaria, in barba all'ex marito e ai suoceri fascisti. Si chiamava Dorothy, teneva coperta gran parte del corpo con camiciole e gonne a campana, aveva denti candidi e si immergeva senza fare una piega in certi romanzi di complessità fatale che io neanche ho mai sfiorato. Io ero con un paio di amici che la notte la passavano a dormire e mi ritrovai, insonne, con un sacco di tempo libero; lei disse che era incuriosita da quelli come me, trattenuti, artisti: Non siete così tanti, ammise. Non le raccontai niente di me, non le raccontai di Alessandra, non volevo essere compatito e poi le donne in gamba non amano aver attorno uomini lamentosi. Ero stanco d'amore, e anche lei, lo intuii, non cercava nessuna consolazione, e nessuno dei due cercava avventure. Che meraviglia quando le cose stanno così, tra uomo e donna: è tutto più chiaro, meno primitivo. L'ultima sera la invitai a mangiare e fu una cena allegra, senza discorsi di morte, poi mi disse Accompagnami in camera, ho freddo, vado a prendere una maglia, e io pensai fosse un pretesto, e stavo per risponderle Ti aspetto qui quando aggiunse Non è come pensi. Una volta di sopra chiuse la porta e si tolse i vestiti. Non lo fece come ci si spoglia in certe occasioni, ma con gesti feriti, offesi. Aveva lividi e bruciature sulle spalle e sulla pancia, sulla schiena. Nessuna donna mi ha mai mostrato con tanta fierezza la sua anima. Le diedi un bacio sulla guancia, le si inumidirono gli occhi, si rivestì e uscimmo a prendere un gelato.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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