Ho un paio di amici che si sono sposati per caso, e quei matrimoni così fortuiti resistono al tempo, anzi forse col tempo si sono perfino consolidati. Poi ho dei conoscenti le cui storie più longeve sono nate all'improvviso, inaspettatamente, e sono anche quelle, a sentir loro, di cui han più nostalgia. Ne deriva che più gli andiamo incontro, all'amore, più quello si divincola, gli venisse un colpo: è lui che governa le cose, specie di principe anarchico che non è altro. Volete le prove? Eccone una, e valga per tutte. Ad Alfredo, il più eccentrico di quegli amici, l'amore è caduto addosso mentre smadonnava perché un furgoncino gli si era piazzato davanti all'entrata del garage. Immaginatevi la scena: sono le due di pomeriggio di un agosto feroce, Alfredo deve salire da sua madre a portarle l'insulina e trova il passo carrabile occupato. Chiama la municipale ma naturalmente a quell'ora sonnecchiano tutti, gli dicono che arriveranno appena possibile e invece non arrivano manco per sbaglio. Si rassegna a parcheggiare un chilometro lontano, torna a piedi sotto il sole giaguaro imprecando come in un film di Tarantino e giusto in quel mentre - ecco la casualità - arriva a passi lenti la proprietaria del furgoncino, candida candida, imprcettibilmente accaldata e obiettivamente magnifica. Da questo punto in avanti le versioni di Alfredo e Rosé - così si chiama la ragazza - divergono. Lui giura che a tutta prima si è inalberato e gliene ha cantate quattro e poi otto; lei che appena l'ha vista si è perso in un balbettio di Ma non fa niente, ma si figuri, capita anche a me di parcheggiare dove non dovrei, non andavo poi così tanto di fretta e scemenze del genere. Comunque stiano le cose, il risultato è che la sera dopo escono a cena e in capo a un anno si sposano con rito civile, davanti all'assessore alle infrastrutture. Del resto, un matrimonio lo è, una infrastruttura, e anche parecchio impegnativa, per cui: tutto nella norma.
Mi invitano a una festa di pomeriggio, come quando avevo quattordici anni. Per di più di sabato, esattamente come allora. All'epoca mi accompagnava mio padre prima di aprire la tabaccheria, e infatti arrivavo sempre in anticipo, quando non c'era ancora nessuno. Il posto non lo riconosco, l'ho dimenticato, ma i miei vecchi compagni di scuola devono essere qui, da qualche parte, al settimo piano dello stesso palazzo ingrigito. Alla fine indovino la strada, il civico giusto, suono, mi aprono, faccio le scale a piedi e mi ritrovo davanti a una porta blindata che nel 1981 era di ottone. Dietro la porta, Silvia. Le do del lei, faccio finta di non riconoscerla. Lei fa lo stesso, dice Prego, si accomodi , sono arrivato un'altra volta per primo. Non è cambiata poi tanto. Certo, ha la mia età, non è più una bambina, e non ho idea di che vita abbia vissuto, se sia sposata, abbia dei figli, che mestiere faccia. Mi fa sedere in quella che definisce living room: quando eravano ragazz...

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